MISTICA QUOTIDIANA ovvero Diario di un cristiano qualunque


La persona credente di domani sarà un mistico, uno che ha sperimentato qualcosa, o non sarà più, perché la pietà di domani non sarà più consorretta dalla convinzione e dal costume religioso pubblico unanime e ovvio”.

Queste parole di K. Rahner mi hanno interrogato per anni e sono state come una piccola luce verso un sentiero sconosciuto e affascinante.

La mia mente non le ha comprese leggendole la prima volta, ma il mio spirito sì.

Intuivo che c’era qualcosa di essenziale, dietro quella affermazione, per la tipicità della testimonianza cristiana nel nostro tempo.

Ma che cos’è la mistica?

Senza pretendere di fornirne una visione globale, né tantomeno di assegnarle una definizione granitica, condivido un po’ di riflessioni con voi.

La mistica è

“un semplice ed umile

ESSERE IN DIO

il Semplice e l’Umile”.

In ascolto del Salmo 126…

Se il Signore non costruisce la casa,

invano vi faticano i costruttori.

Se il Signore non custodisce la città,

invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino,

tardi andate a riposare

e mangiate pane di sudore:

il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

Ecco, dono del Signore sono i figli,

è sua grazia il frutto del grembo.

Come frecce in mano ad un eroe

sono i figli della giovinezza.

Beato l’uomo che piena ne ha la faretra:

non resterà confuso quando verrà a trattare

alla porta con i propri nemici.

La Scrittura è un roveto che sempre arde e quando si dice “qualcosa” di essa si è consapevoli di balbettare appena: la Parola di Dio è sovrabbondante rispetto al nostro dire.

Tuttavia il Signore ce l’ha donata perché ce ne nutriamo e ci sia come linfa vitale, perciò la gustiamo a piccoli sorsi. Pongo in risalto solo alcuni versi che interessano questa riflessione.

Il salmista ripete più volte il termine invano: a nulla valgono la fatica e la veglia, quale che ne sia l’ambito di azione, se l’iniziativa non è divina.

All’origine dell’uomo vi è il Signore Dio, tanto per la vita – così come ci viene miticamente presentato in Genesi -, quanto per tutto ciò che in essa fluisce: l’amore, la fede, la speranza…

Riferirsi all’ iniziativa di Dio non equivale ad affermare il capriccioso “divino sottrarsi” di fronte al quale l’uomo resta un impotente spettatore. Al contrario si tratta della presa di coscienza, del riconoscimento essenziale di Colui che solo è il Principio, l’Antico.

Se dunque Dio non è, l’uomo non è.

Se Dio non è amore nell’uomo, l’uomo non ha amore in se.

Se Dio non è fede nell’uomo, l’uomo non ha fede.

Se Dio non è speranza nell’uomo, l’uomo non ha speranza…

La vanità d’ogni fatica e d’ogni veglia è direttamente proporzionale alla incapacità umana di partecipare di Dio.

Ed ecco il salmo venire in aiuto alla domanda che ora emerge: come essere partecipi di Dio?

“…dono del Signore sono i figli (la discendenza)

è sua grazia il frutto del grembo” (v.3).

Presso l’antico Israele la discendenza era un fatto essenziale per la vita di un uomo e una donna, tanto che la sterilità era vista come un maledizione.

Il grembo che non generava era considerato un sepolcro di numerose pene.

All’origine della nostra vicenda di popolo di Dio, come tutti ben sanno, vi è la storia di Abramo e Sara.

Anche qui Dio si rivela come amante del particolare, della singola vicenda umana anonima di due persone.

Giusti, Abramo e la sua sposa, non avevano conosciuto la gioia d’un figlio ed erano ormai avanti negli anni. Tuttavia il Signore Dio aveva loro promesso una discendenza, pari alle stelle del cielo (cfr. Gn 15, 5-6).

La Scrittura e la Tradizione confermano che il popolo di Dio è la discendenza abramitica, popolo di coloro i quali sono stati giustificati per la fede. Anche noi, dunque, partecipiamo alle benedizioni fatte ad Abramo.

La promessa fatta ad Abramo è ancora oggi valida, perché in verità, Colui che era stato promesso è il Cristo.

E’ in Gesù Cristo, incarnatosi per la nostra giustificazione, che ogni uomo ed ogni donna ha ottenuto una discendenza, la continuità, l’eredità d’una vita eterna.

Partecipi di Cristo, gli umani di qualunque epoca e qualunque latitudine sono divenuti partecipi di Dio.

Per l’albero della croce del Signore Gesù, l’Uomo ha ottenuto accesso all’albero della Vita.

La salvezza infatti operata sulla croce si è estesa fino ai confini della terra e fin nei meandri più recessi dell’Uomo, per la potenza dello Spirito Santo elargito dopo l’ascensione del Signore Gesù alla destra del Padre.

Partecipi di Dio, in quanto sua discendenza, gli umani sono beati (v.5).

Il “beato” del salmo, è dunque colui che fa spazio dentro sé all’opera del Figlio di Dio, colui che apre il proprio grembo all’avvento del Messia e con Lui partecipa della Trinità tutta, colui che diminuisce per far crescer un Altro (cfr. Gv 3,30): è il mistico.

Ecco la tesi iniziale: il semplice e l’umile, l’uomo e la donna che si lasciano liberare pian piano e con pazienza dalle “cianfrusaglie” che non sono Dio, che lasciano fare a Dio dentro di sé un vuoto, questi sono i mistici. Essi ricevono Dio ESSENZIALMENTE e sono da Lui ricevuti, in un “va e vieni” , somigliante alla brezza dello Spirito in cui giungeva il Signore Dio nell’Eden, per visitare l’Adamo e la sua sposa (Cfr. Gn 3, 8).

Si potrebbe obiettare che stando così le cose, la vita mistica sia “ridotta” alla portata di ogni credente.

In realtà, è proprio così.

La mistica non è appannaggio di una elite spirituale. E’ la riduzione al semplice e umile. Tuttavia proprio perché si tratta d’una via così essenziale e pura, non molti vi giungono. Chi ne scorge il sentiero sa che dovrà rigettare ogni pretesa a dettar legge sulle strade opportune o meno opportune e anche sulla propria ascesi.

E’ interessante soffermarci su questo punto. Per il mistico, l’ascesi, che sembrerebbe canonicamente il moto contrario della mistica – lì dove per mistica s’intende il movimento di Dio verso l’uomo e per ascesi lo sforzo dell’uomo verso Dio – è pianificata, per usare un termine che sa di progettazione edilizia come la “Casa” del salmo ci fa cogliere, dallo stesso Signore.

E’ Lui il “breviario”.

E’ lecito chiedersi: ma questo non toglie allora ogni libertà all’uomo e ogni sforzo?

In realtà no.

Vi è una passività nel credere del mistico, come suggerirebbe il “batak” ebraico, che si riferisce proprio all’atteggiamento di abbandono del bambino sul seno della madre, ma anche una attività, come evidenzia lo “aman”, ebraico ancora una volta, e che potrebbe essere tradotto con l’atteggiamento di fede risoluta del già citato Abramo, questa volta però colto nel dramma del sacrificio di Isacco sul monte nel territorio di Moria (cfr. Gn 22, 1-18).

Il mistico, per la semplice e umile fiducia nelle Persone divine con cui è in relazione, si abbandona come un bambino e compie la volontà di Dio da Uomo.

E’ uno che ha conosciuto la Semplicità del Signore – i Suoi sentieri così differenti da quelli della logica umana -, che ha sperimentato l’Umiltà di Dio – che per amore dell’uomo si è fatto carne “fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8), con tutto ciò che quotidianamente questa verità di fede implica e significa per un uomo e una donna -.  La carne del mistico sa che “sul monte il Signore provvede” (Gn 22, 14b).

La vita divina, per colui che fa spazio a Dio, scorre con evidenza nella linearità come nella durezza dei giorni, egli lo vede “straripare” nella realtà e i cosiddetti  “fenomeni mistici”, che tanto attirano l’attenzione decentrandola dal vero nucleo della via mistica, non sono che naturali – per la natura di creatura nuova del mistico – ingressi di Dio nella storia. Stupiscono chi scinde il cielo e la terra, senza saperne scorgere l’orizzonte comune. Il mistico si stupisce di tutto, come Francesco d’Assisi innamorato cantore della bellezza del creato, e giunge a vedere Dio perché cammina alla Sua presenza; sa che prima o poi Lui si mostrerà. E’ fiducioso e il suo sforzo è quello di svuotarsi, perché il Signore faccia il resto. L’uomo e la donna a cui il Signore ha insegnato la via mistica sanno che “nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato donato dal cielo” (Gv 3, 27). Sono in Dio. Punto. Il resto verrà.

L’esempio più grande di mistica penso sia Maria.

La Vergine ha accolto lo straordinario di Dio nella sua quotidianità, con semplicità e umiltà. Nella fede, prima ancora che nel corpo, ha lasciato che il Padre per l’opera dello Spirito generasse in lei Gesù Cristo.

Questa inabitazione del Verbo, così straordinaria, non ha rinchiuso la donna di Nazareth in uno “snobismo” spirituale, ma l’ha tenuta fra le cose di tutti i giorni: l’acqua al pozzo, il pane, i parenti… Tutto ciò che era genuinamente umano ha trovato eco nel suo cuore (cfr. GS 1).

“Che l’Umile e Semplice, Altissimo Signore, conceda a noi di compiere in tutto la Sua volontà”.

1. La preghiera

A seconda dell’idea che si ha della preghiera può considerarsi facile o complessa la sua pratica.

E’ più facile, per esempio, fare certe preghiere vocali personali, pregare a voce spiegata in comunità, avere una comunicazione con Dio che equivalga, in un certo modo, al parlare in pubblico con il proprio amato.

Certamente tra due amanti che siano tali, anche in pubblico, si percepisce l’intimità e così basta uno sguardo per intendersi, per riaccendere l’amore.

Una coppia che non faccia tuttavia realmente esperienza d’intimità, che non cerchi spazi e tempi per dimorare nel cuore l’uno dell’altra e scambiarsi il nettare della vita (idee, sentimenti, percezioni, silenzi…), non potrà manifestare nessuna intesa all’esterno.

Con il Signore è lo stesso.

Se alla preghiera suddetta non corrisponde una esperienza di Dio il rischio è che ci si fermi sempre ad una relazione superficiale, incapace di intessere della  propria bellezza, tipica d’ogni amore, la trama del vissuto quotidiano.

Ma come fare ESPERIENZA DI DIO?

Il mistico è proprio l’artigiano di tale esperienza, artigiano e non operaio salariato, poiché la preghiera non è un do ut des, come non lo è l’amore quando è autentico.

L’artigiano è un creativo ma allo stesso tempo è ben ancorato alla realtà, sa che il suo operato non sarà senza fatica e perciò si arma di pazienza e buona volontà.

Per fare esperienza del Signore occorre un cuore aperto al nuovo di Dio, ma altresì fermezza.

La preghiera non può essere un piacere/dovere che ci si concede ogni tanto: bisogna pregare sempre. San Paolo ammonisce “incessantemente” (1Ts 5, 16).

La preghiera deve essere perseverante: anche quando siamo pigri non dobbiamo abbandonarla.

Così come non si abbandona il dialogo col proprio sposo, anche diversamente articolato, allo stesso modo non bisogna abbandonare Dio.

La preghiera deve inoltre utilizzare lo strumento di  un metodo.

Come l’artigiano non può scavare il cuore del legno senza i suoi arnesi così il credente non può fare a meno di un po’ di tecnica per avviarsi alla preghiera.

Questo potrà far storcere il naso a molti, poiché si potrà obiettare che la preghiera sia un dono della grazia. Ma se è vero, come è vero, che la grazia suppone la natura, è questa natura umana che dobbiamo aiutare a farsi docile nei confronti della grazia. Mariano Ballester[1] afferma che il ruolo del metodo è quello d’insegnarci ad aprire la porta a Colui che bussa. Dunque, posizione del corpo, luogo, atmosfera, silenzio e concentrazione sono una sorta di porta aperta a Dio che nella preghiera viene a visitarci.

“Se il Signore non costruisce la casa invano faticano i costruttori” potrebbe essere, in questo caso, tradotto con la celebre affermazione di Sant’Ignazio di Loyola, il quale consigliava di compiere ogni cosa come se tutto dipendesse da noi, sapendo tuttavia che ogni cosa dipende da Dio.

Il corpo e la preghiera

Siamo una unità di corpo, anima e spirito, per cui se il corpo, nella preghiera, non ha una posizione consona a quello che lo spirito fa in quel momento, sarà difficile pregare davvero.

Sarà una lotta schizofrenica!

Esistono diverse posizioni corporee che aiutano la preghiera e ciascuno può trovare la sua.

E’ importante tuttavia che tale posizione sia un armonioso equilibrio: tutto deve ruotare attorno al baricentro nello spazio ventre-bacino. E’ questo il punto di equilibratura del corpo intero (Hara per i giapponesi).

Tenendo presente questa essenziale premessa, vediamo le<span>posizioni</span> più conosciute.

IN PIEDI. I giudei, di conseguenza anche Gesù di Nazareth, generalmente pregavano in piedi.

Questa posizione implica prontezza nell’ascolto e disponibilità nel compiere la volontà di Dio in maniera responsabile. Da adulti.

LE BRACCIA possono stare in differenti posizioni:

  • allargate e stese in avanti: atteggiamento ricettivo;
  • aperte, in forma di croce: esprimono disposizione e prontezza;
  • raccolte sul petto assieme alle mani: sono espressione di raccoglimento, intimità.

GLI OCCHI possono restare:

  • chiusi: ciò indica già di per sé raccoglimento;
  • socchiusi: se la prima variante sollecita troppo l’immaginazione;
  • aperti e rivolti in un determinato punto (un’immagine sacra, una candela ecc.)

L’immobilità oculare aiuta la quiete interiore.

SEDUTI. Questa posizione ha diverse varianti.

Ci si può sedere su una panca, appoggiandosi alla spalliera e lasciando cadere morbidamente le mani sulle cosce, con i palmi rivolti verso l’alto (accoglienza) o verso il basso (interiorizzazione).

Esiste inoltre la cosiddetta posizione del loto, nota nello yoga, che vede il soggetto seduto per terra – o su di un cuscino – a gambe incrociate e con le braccia e le mani sulle cosce.

Questa posizione è importante perché permette alla colonna vertebrale di far perno esclusivamente sul proprio Centro (di cui parlavamo più sopra) e ciò non è senza ripercussioni su tutto il Cammino.

Si può inoltre sedere nel modo chiamato carmelitano: in ginocchio, seduti sui talloni, con le punte dei piedi lievemente giunte e i talloni un po’ divaricati.

Le braccia devono cadere liberamente, con le mani appoggiate sulle cosce (esiste un panchetto che aiuta a tenere questa posizione!).

Tale posizione indica umiltà, accoglienza, disponibilità.

PROSTRATI. La prostrazione per terra è la posizione di massima umiltà  e, di conseguenza, indica e stimola l’adorazione più profonda.

– La posizione scelta deve risultare comoda, ci si deve sentire a proprio agio: ciò sarà segno che si è ottenuta una buona distensione muscolare e nervosa.

Il luogo della preghiera

Quando ci si è “allenati” molto nella preghiera è possibile che il cuore preghi anche in mezzo al mercato… ma solitamente è necessario un luogo che ci aiuti a raccoglierci in preghiera.

Scegliamo allora l’angolo giusto di una cappella, di una chiesa.

Tuttavia, se ne abbiamo la possibilità, è bene che ci creiamo un angolo di preghiera in casa, nella stanza a noi più intima.

Un tappeto, un cuscino, un’immagine sacra, una candela… ognuno può crearlo come crede.

E’ importante avere questo riferimento concreto nella propria abitazione.

Attendere che Dio venga a noi nella preghiera in un luogo che ci aiuti a pregare non è cosa da poco.

Il tempo della preghiera

Ognuno può scoprire qual è il momento della giornata più adatto alla preghiera. Notare che stiamo parlando della “preghiera personale”, non della Liturgia delle Ore che ha i suoi tempi ben scanditi.

Il mattino presto va bene per chi ha la personalità dell’allodola e si sveglia già fresco e pronto alla giornata. Chi non avesse queste caratteristiche meglio che rinunci al mattino come tempo per la preghiera personale, perché questa gli risulterà difficile e a poco a poco la abbandonerà.

Il primo pomeriggio, fatta eccezione per i casi in cui si è mangiato troppo, è un buon tempo, così come la sera, quando tutto è più calmo e il giorno ha smesso ormai i suoi panni da lavoro. Salvo il va e vieni di tutta la famiglia riunita! J

C’è poi chi, avendo una costituzione del tipo gufo, alla sera è così ben desto da potersi concedere un tempo notturno di preghiera personale.

A ciascuno il suo tempo…

Un po’ di tecnica

Siamo nel luogo della preghiera, nel momento della giornata che abbiamo scelto, nella posizione corporea che più si adatta a noi… ma ciò non basta.

Quando cerchiamo la concentrazione una marea di pensieri e immagini cominciano ad affollare la nostra mente e ci distraiamo con molta facilità.

E’ così difficile svuotare la mente! Siamo così abituati a pensare che neanche ce ne accorgiamo mentre lo facciamo.

Quando si cerca il silenzio interiore il più delle volte si comincia una lotta svilente contro i pensieri, con il rovinoso esito di “pensare a non pensare”! J

La cosa più saggia da fare allora, è lasciar scorrere i pensieri, lasciarli scivolare come una corrente d’acqua che è lontana da noi e non può bagnarci. Una corrente da offrire a Dio.

Pensieri ed emozioni, tutto ribolle dentro noi quando vogliamo entrare in preghiera.

In realtà è che solo in quel momento ci stiamo davvero ascoltando, stiamo ponendo attenzione al nostro universo interiore. Pensieri ed emozioni erano in noi già prima, ora li stiamo guardano in faccia.

Dunque nessuna guerra, sarebbe uno sforzo vano.

Piuttosto accettiamo questa realtà, nella pace, ponendola nelle mani del Signore e, poco alla volta, non sarà più un ostacolo alla concentrazione.

Una posizione corporea adatta, come già detto, aiuta molto.

E’ importante inoltre porre attenzione al nostro RESPIRO.

Ascoltiamo il nostro respiro senza forzarlo.

Il respiro ci nutre, dona energia vitale a tutto il nostro essere. “Solo il simile conosce il simile” (Origene), così il nostro respiro ci aiuta ad entrare nel Respiro di Dio: a porre il nostro spirito ne Suo Spirito.

E’ un va e vieni dolce. Come la brezza del giardino dell’Eden, descritta nel mito biblico della Creazione, al cui soffio l’Uomo incontra il suo Dio.

Al respiro, gradualmente, aggiungiamo un MANTRA, una frase, una parola che ci permetta di raccoglierci in Dio.

Come dimostrano numerosi studi le parole hanno la capacità di mutare, con le loro vibrazioni, la materia.

Sono da prediligere frasi e parole brevi, delle grida d’amore, che non diano troppo spazio alle argomentazioni e permettano al centro del nostro essere, il Cuore nell’interpretazione biblica, di mirare dritto al Signore.

Personalmente – e le mie parole trovano conferma in trazioni secolari – ho sperimentato la forza e la bellezza della Preghiera del Cuore, detta anche di Gesù.

Essa si modula sulla ripetizione dell’invocazione: <<Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!>> o invocazioni simili.

–  La ripetizione, modulata con il respiro, non deve stancarci perché porta presto i suoi frutti.

Non pretendiamo una subitanea familiarità con il silenzio. Ad esso ci si educa.

Dobbiamo aiutare la nostra natura affinché la grazia possa essere in essa accolta.

E anche dopo anni di esperienza non illudiamoci di poter fare a meno di un po’ di tecnica. Ricordiamoci che, nella vita mistica, se non si progredisce si regredisce.

Il Signore Dio si da a noi come e quando vuole, anche in mezzo alla folla e alle occupazioni quotidiane, ma siamo noi sempre vigili per accoglierlo?

Dio desidera SEMPRE  porre la Sua dimora in mezzo a noi. Ogni istante è per Lui l’Ora della salvezza. Tuttavia la nostra Attenzione è spesso malata, distratta.

Agostino d’Ippona affermava: <<Temo che il Signore passi ed io non me ne accorga>>.

Occorre capacità di meraviglia, forza di volontà, umiltà vera e tanta gratitudine per crescere nella Attenzione alla Presenza di Dio.

Di preghiera in preghiera, se il Signore lo vuole, saremo condotti alla preghiera profonda che è l’incontro silenzioso con Dio-Sposo dell’Umanità-sposa, in cui io – così come sono – dimoro in Dio e Lui – così come sono – dimora in me.

Allora saremo consapevoli di essere, da sempre, una incoabitazione trinitaria.

–  Ricorda che: Tutto serve nella vita mistica. Nulla serve nella vita mistica.

[1] M. BALLESTER, Figli del vento, San Paolo, Milano 1998.

2. Il sacramento dell’altro

Nell’occasione della festa degli angeli custodi, qualche anno fa, ho partecipato alla cerimonia che poneva nel tabernacolo di un nascente monastero eremitico il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia.

Mi domandavo: <<Ma non sono case di santità anche le piccole chiese domestiche nelle quali la maggior parte dei cristiani vive?>>.

E’ impensabile, tuttavia,che si possa collocare un tabernacolo in ogni casa! Ma è impensabile ancor più che nelle abitazioni domestiche non vi sia la possibilità d’una adorazione continua.

In effetti la possibilità è data.

Se da un lato nelle nostre case non ci è permesso di conservare l’eucarestia, dall’altro ci è data l’opportunità di sperimentare, nella fedeltà allo spirito d’incarnazione proprio della nostra fede, il sacramento [1] dell’altro.

Gli indiani, mentre chinano il capo con le mani giunte in segno di saluto di fronte ad un fratello, pronunciano una parola: NAMASTE’, ovvero “adoro in te il Dio che ti abita”.

Senza cadere in atteggiamenti di tipo panteistico, così in voga all’epoca della newage, ma andando alle fonti della nostra tradizione, si può trovare la ragione di tale possibilità in due verità di fede.

La prima è che ogni uomo, creato ad immagine di Dio, conserva in sé un sacro nucleo originario, in cui lo Spirito di Dio, che crea e conserva, si compiace di abitare – più o meno scomodamente, a seconda della nostra accoglienza! -, e che rimane pure nel più miserevole degli uomini.[2]

La seconda verità è data dalla partecipazione ai sacramenti.

Penso al battesimo, come porta verso la perduta somiglianza con Dio, e che per opera dello Spirito ci fa cristiformi; alla confessione come sacramento della sovrabbondante misericordia del Padre; a tutti i segni visibili della grazia del Signore e in particolare all’eucarestia.

La partecipazione all’eucarestia ci riporta a quella somiglianza con Dio, persa col peccato, e riconquistata per noi da Cristo. Andando alla messa noi riandiamo al calvario e alla tomba del Risorto, ancor più, nell’eucarestia noi andiamo alla destra del Padre dove è Cristo, il quale ha già operato per noi la salvezza.

Agostino, parlando del rapporto tra un cristiano e l’eucarestia, attribuisce a Gesù queste parole: “Non tu cambierai me in te, ma io cambierò te in me”.

L’altro è dunque Cristo per me, nelle ore e nelle vicende, ovunque e sempre.

Adorare il Signore che abita nell’altro non è una adorazione da poco, né un’opera facile.

A volte potrà costare “lacrime e sangue”. L’altro non è un pieno compimento della Pasqua, così come non lo sono io: ciascuno conserva limiti e debolezze e può essere assai faticoso riuscire a vedere Cristo nel volto dell’altro!

Nel Signore Gesù la Pasqua (= passaggio dalla morte alla vita, dall’incompiuto al perfettamente compiuto) è già avvenuta per noi. Tuttavia noi ne fruiamo non ancora in pienezza: siamo in cammino!

Nell’intimità delle nostre case abbiamo dunque questa grande possibilità: adorare il Signore così come Egli desidera essere adorato, in spirito e verità. Nella realtà, nella coerenza.

La vita di Dio non è riservata a pochi momenti, magari quelli dedicati alla preghiera e alle celebrazioni liturgiche. La vita di Dio è anzitutto VITA.[3]

Dunque immergiamoci con il Signore nella vita e questa diventerà storia di salvezza.

Tuffiamoci in Dio e tutta la vita sarà celebrazione del Suo Amore.

Corriamo il rischio dell’incontro con l’altro e in esso ci ritroveremo ad adorare il Dio Trino ed Uno.


[1] Sacramento= segno visibile della grazia invisibile di Dio.

[2] Per la Sacra Scrittura cfr Gn 1, 27: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Tralasciando di elencare i diversi passi del Vangelo in cui Gesù associa l’adorazione di Dio all’amore del prossimo.Per il Magistero ecclesiastico cfr Gaudium et spes n°15: “… nella sua interiorità, egli (l’uomo) trascende l’universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori”. E ancora cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1700-1709.

[3] Afferma Thomas Merton: “Se vogliamo essere spirituali viviamo innanzi tutto la nostra vita. (…) Immergiamoci nella realtà e ci troveremo immersi nella vivificante volontà di Dio e nella Sua sapienza che ci circonda da ogni parte”.

3. Bocca a bocca: l’intimità con la Parola di Dio

Tra gli amanti, in certi momenti,vi è una comunicazione così intima che pare aprirsi, tra bocca e bocca, una stanza segreta dove nessuno può accedere.

E’ questo un luogo sacro, inviolabile, dove la comunione passa dalla parola al respiro.

Chi abbia una qualsiasi esperienza relazionale, ma soprattutto chi viva una vita di coppia, sa quanto siano vitali tali momenti per la crescita e il mantenimento dell‘unità in seno ad una relazione.

Si possono condividere molte cose sul piano dell’azione, si può restare fianco a fianco nelle occupazioni quotidiane, ma se non c’è spazio per quello scambio intimo ed esclusivo, per quel auto-comunicarsi reciproco, per quel dimorare in una stanza segreta da solo a solo, alla relazione manca, presto o tardi, la sua sostanza, l’essere.

Quella con Dio non è semplicemente una relazione, ma LA relazione, fondante ogni rapporto.

Per crescere nell’intimità con il Signore, per conservare l’unità con Lui, non basta impegnarsi nell’apostolato e fare e fare e fare e fare… Ogni agire che non sia basato sull’essere diventa un posticcio. Un evocare la vacuità.

Valgono con Dio le stesse regole che valgono per le relazioni umane, perché noi siamo sempre umani!

Sembra una affermazione banale ed ovvia, ma spesso capita di illudersi che, trattandosi di cose spirituali, ci si debba regolare come se fossimo puri spiriti. Invece – piedi saldi in terra! – la vita spirituale è possibile solo laddove si è veramente uomini e donne.

Vale con Dio dunque lo stesso rimanere bocca a bocca.

Nell’ascolto della Parola di Dio facciamo esperienza d’una parola trasmessa, di un auto-comunicarsi del Signore: conosciamo il PENSIERO di Dio, accogliamo i Suoi SENTIMENTI.

Davanti alla Parola abbiamo la possibilità d’entrare nella stanza segreta degli amanti, lì dove la relazione si crea.

Non si tratta ovviamente d’un meccanismo scontato, come non lo è mai in genere quello della comunicazione.

E’ necessario anzitutto entrare in sintonia con l’altro, vibrare sullo stesso tono musicale:

accordare tutto il proprio essere con lo Spirito di Dio, attraverso il silenzio o una preghiera semplice, immediata,

può essere utile prima di incontrare la Parola.

E’ importante leggere senza fretta:

equivale ad ascoltare senza pensare magari a quello che si dovrà fare dopo. Se il dono più grande che possiamo fare

all’altro è la purezza della nostra attenzione, questo vale anche con Dio.

Lasciar scendere la Parola dalla mente al cuore, ovvero al centro di sé:

il termine meditare non vuol dire porre in atto delle elucubrazioni mentali infinite, ma andare al centro del proprio

essere e lì lasciarsi incontrare dal Signore attraverso la Sua Parola.

A questo punto, come per ogni amante, la Parola si fa RESPIRO e la comunione è servita in una stanza segreta dove nessuno può accedere:

restare in questo Respiro di Dio, nell’azione del Suo Spirito, non è facile, perché siamo sempre portati a fare

qualcosa, a dire qualcosa ecc. No! Occorre RESTARE. Lasciar fare a Dio. Farsi amare, in un amore che fonda il

nostro essere e ci permetterà di agire, poi, senza allontanarci dall’Amato, Trino e Uno.

Come per gli amanti ovunque saremo, qualunque cosa faremo, l’intimità con Dio trasparirà dalla nostra luce.

Il Roveto ardente

Il roveto ardente rappresenta, nella Sacra Scrittura, l’esperienza profonda che un uomo, Mosè, fa di Dio.

Per la mistica ebraica questa rivelazione del Nome sacro manifesta non solo Dio all’umanità, ma l’umanità all’uomo.

“Io sono” è anche la consapevolezza dell’essere teomorfo dell’uomo!

Tralasciando tutte le piste che si aprono, conseguentemente a tale affermazione, ad una eventuale prossima argomentazione, cerchiamo di comprendere cosa sia l’esperienza del roveto.

Oggi chiameremmo tale esperienza un fenomeno in cui si è sperimentato il numinoso, ossia la Realtà – tremenda e bellissima – del contatto con il divino.

L’apertura alla Realtà che soggiace a tutte le cose è un fatto che molti, che ne siano coscienti o meno, hanno sperimentato almeno una volta nella vita.

La visione di un fenomeno naturale, di un’opera d’arte, la vita d relazione, il culto, possono averci dato un accesso a questa Realtà che poi magari non abbiamo più ricercato o che, invece, ha cambiato la nostra storia.

Ci sono esperienze di così grande profondità, nel senso che inglobano tutto l’essere, capaci di dare nuovo senso ad una intera vita!

Pensiamo ad Elia, il tisbita, profeta di Dio.

Egli onorava il Dio dei Padri con la forza del suo profetismo. Impavido.

Eppure, solo dopo l’esperienza della caverna, quella detta del “qol demama daqqauna voce sottile di silenzio, egli fa davvero il suo incontro con Dio.

Solo allora la sua vita muta e il coraggio non è più quello del guerriero che lotta con la spada, ma quello di un uomo che si lascia ricollocare nell’Equilibrio di Dio.

L’esperienza del roveto è latrice di una nuova identità per chi la compie, di un nuovo campo di coscienza: anche Maria e Giovanni, ai piedi della Croce – Roveto ardente dell’amore di Dio per l’umanità – sperimentano un nuovo livello d’essere nelle loro identità di madre e figlio.

L’esperienza del roveto è dunque Qualcosa che accade all’esterno di noi e che tuttavia è veicolata sempre da un dentro che si fa ricettivo.

E’ rivelazione.

Una volta che ci si è lasciati penetrare dalla Realtà dell’esperienza di Dio non si sperimentano solo attimi di consapevolezza profonda, ma l’intero essere diviene roveto di rivelazione.

Torniamo ancora ad Elia, il profeta: egli si lasciò così penetrare dal roveto da divenire fuoco!

La via mistica, quella dell’incontro reale con il Signore, chiede solo accesso da tutto ciò che esiste, è luce sotto la pelle, e non fa preferenze di persone o di status.

Basta pensare a Mosè: Jhwh gli si rivelò mentre pascolava il suo gregge.

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