Le Lezioni di Betania

INTRODUZIONE AL MITO

pubblicata da Marianna Manzullo il giorno domenica 24 ottobre 2010 alle ore 11.36

Questo pomeriggio cominceranno le Lezioni Mensili di Betania sul MITO.

Per dare conto di tale scelta occorre comprendere che cosa è il mito.

Ogni popolo, ogni cultura, ogni uomo ha i suoi miti, questo patrimonio di simboli che intendono dar senso alle cose, alle situazioni, ai luoghi e soprattutto agli uomini.

Dar senso, non spiegare, intendiamoci!

Perché il mito non si preoccupa di dire COME sono andati i fatti, ma di avvicinarci al PERCHE’ profondo della realtà.

Spiegare il come, e dunque i meccanismi esatti e soprattutto oggettivi, è ciò che interessa la scienza ed è un enorme contributo!

Tuttavia è sotto gli occhi di tutti la “caduta” nello scientismo, ovvero in quella visione della vita che pretende di capire (catturare, afferrare) tutto, di scandagliare il reale e collocarlo su un piano il più possibile oggettivo.

Nonostante, anche filosoficamente, si siano compiute rivoluzioni copernicane in favore del soggetto, l’attenzione è posta sempre e maggiormente sulla interpretazione il più oggettiva possibile dello stesso soggetto.

Ci sono ambiti in cui tale visione appare doverosa, altri tuttavia in cui un blocco a livello dell’oggettività non ci permette di vedere altro che la punta dell’iceberg!

Nell’invito alla Lezione di questo pomeriggio abbiamo citato una nota affermazione di Jung, padre della psicologia del profondo: <<L’occidente ha perduto i suoi miti>>.

Cosa vuol dire? Probabilmente che il nostro orizzonte è appiattito su un’unica visione delle cose che non ha profondità?

Sembra proprio di sì, tanto che per ritrovare il suo profondo l’uomo di oggi spesso deve cercare altrove, in altre culture, in terre esotiche ecc.

Se infatti ciò che conta per la nostra civilissima società occidentale, e in ciò includiamo pure la Chiesa d’Occidente, è l’oggettività, il piano dell’interiorità – a cui fortemente il mito riconduce – è spazzato via con un sol colpo di spugna.

Recuperare i miti è recuperare la nostra storia intima, vera, è recuperare il PRO-FANUM (profano) come momento imprescindibile per giungere al FANUM (sacro), alla sacralità della vita.

Se in Cristo non vi è più un sacro e un profano, ma una Unità del Molteplice, i nostri ragazzi (e non solo!) non hanno più le categorie per comprendere la portata di questo evento!

Per concludere, prima che la nostra filosofa Enza ci introduca nel mito della caverna, in quello si Sisifo e in quello dell’Androgino, vorrei citare un’affermazione di Nietzsche, il quale affermava che “sono i teologi a far morire Dio”.

Detto da me che sono una teologa deve sembrare a dir poco strano!

Invece è così.

Anche la Teologia, in quanto scienza, si nutre di oggettività, sebbene di una oggettività subordinata alla scienza di Dio rivelata; è una scienza positiva e speculativa.

E’ un contributo grande, io stessa l’ho sperimentato, è una porta che può dare accesso ad un oltre. Ma non è un assoluto. E’ una matrice/grembo da cui si deve uscire.

Questo è il tempo dei Mistici, ovvero (come diceva un noto teologo – e ciò prova che davvero si può andare oltre con la teo-logia! -) il tempo di chi ha sperimentato Qualcosa o non sarà nulla!

Riscoprire il MITO ci aiuterà a sfrondare non poche sovrastrutture che ci impediscono di andare davvero al Centro e colpire il Bersaglio!

IL MITO COME VESTE ESTERIORE DI SIMBOLI ORIGINARI CHE RACCHIUDONO L’ETERNA VERITA’ DELL’UOMO E DEL MONDO

(Lezione di Enza Marcella Mastronardi)

“Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa che non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui.

(Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia)

Il termine  “Filosofia” deriva dal greco: Filein=Amare e Sofia=Sapienza,  significa, quindi, Amore per la sapienza.

Già nell’etimologia del termine c’è quindi, un nesso fondamentale tra il sapere e l’amore .

Anche se si tratta di un  “sapere” del tutto particolare, che è sapienza, quindi qualche cosa in più del semplice sapere e che ha  a che fare anche con la sfera pratica.

Amore per la sapienza, ha a che fare, quindi la F., con un sentimento forte:l’amore, che è un tendere a..,un desiderio di andare verso qualche cosa, sotto la spinta della passione.

Un sapere particolare perché il filosofo è colui che non possiede il vero, ma lo ricerca, pur essendo convinto della sua irraggiungibilità.

E’ chiaro, dunque, che l’essenza della filosofia non sta nel possesso della verità, ma nella sua ricerca.

La filosofia  si interroga sui problemi della conoscenza e della condizione umana, suo scopo è, dice Seneca, trovare “la verità” intorno alle cose divine e umane.

E’ un campo di studi che indaga sul senso del mondo e dell’esistenza umana e, più

specificatamente, è il tentativo di studiare e definire le possibilità e i  limiti della conoscenza.

Si pone e cerca di dare risposte a domande del tipo: “ Chi è l’uomo; che cos’è il mondo; qual è il principio primo di tutte le cose, chi è Dio; ecc.”

Nell’antica Grecia la F. fu una disciplina che assunse anche i caratteri della conduzione del “modo di vita”, nell’applicazione concreta dei principi desunti attraverso la riflessione.  Platone osserva che a nulla servirebbe possedere la scienza di convertire le pietre in oro se non si sapesse servirsi dell’oro; a nulla servirebbe la scienza che rendesse immortali, se non si sapesse servirsi dell’immortalità e via dicendo. Occorre dunque una scienza nella quale coincidono il fare e il sapersi servire di ciò che si fa, questa scienza è la filosofia. Essa è quindi, l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo.

Altri autori seguono questa opinione, Cartesio afferma che: “…tutta la filosofia è come un albero, di cui le radici sono la Metafisica (E’ la scienza “prima”, che da il fondamento comune su cui tutte le altre scienze si fondano. Oggetto della Metafisica è l’Essere più alto e perfetto, dal quale dipendono tutti gli altri esseri e le cose del mondo, indaga, cioè, sulla causa prima, su ciò che c’è sopra, oltre, al di là), il tronco è la Fisica (scienza che studia i singoli aspetti della realtà empirica), e i rami che sorgono da questo tronco sono le altre scienze, che si riducono a tre principali: la medicina, la meccanica e la morale, intendendo la più alta e perfetta morale, che presupponendo una conoscenza completa delle altre scienze, è l’ultimo grado della saggezza”.

Il bisogno di filosofare, dice Aristotele nella  “Metafisica”,  nasce dalla “meraviglia”, tutti gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia.

Meraviglia dinnanzi al mondo, stupore , curiosità verso ciò che ci circonda.

Solo chi prova questo senso di dubbio e di meraviglia, di stupore, riconosce di non sapere e quindi cerca di andare oltre ponendosi domande sul senso delle cose e  va quindi, verso la conoscenza, verso il sapere con la consapevolezza di non poterlo possedere del tutto (Pitagora diceva che l’uomo può solo essere amante del sapere, ma mai possederlo del tutto, poiché questo appartiene interamente solo agli dei).

Questa meraviglia non va confusa con lo stupore intellettuale che passa dai problemi più facili a quelli più difficili, ma è la “meraviglia, lo sgomento” del divenire del Tutto, la meraviglia che l’uomo prova di fronte alla propria esistenza.

A domande del tipo: “come si è originato l’universo ordinato, il cosmo, dal caos”,

abbiamo, da un lato, la risposta dei filosofi naturalisti, secondo i quali, l’ordine del mondo è basato sull’azione di forze contrapposte, che si scindono dall’unità originaria e sono in continua lotta tra loro secondo un corso ciclico; dall’altro lato abbiamo tutta la ricchezza  e l’immediate=

zza del mondo dei miti, dove l’ordine è mantenuto dalle forze contrapposte dei diversi dei, che con l’avvento del pensiero filosofico, hanno perso il loro aspetto personalizzato, ma che sono ancora visti come potenze che intervengono nella vita degli uomini.

Il termine  mito deriva dal greco mythos che significa “parola, discorso”, ma anche “progetto, macchinazione”, è la parola, il discorso che non distingue  tra parola ed essere.

Nel pensiero filosofico il mythos è il discorso che non richiede o non prevede dimostrazione ed è contrappasto a  logos, nel senso di argomentazione razionale.

Il mito cela, esprimendola in forma allegorica, profonde verità e insegnamenti morali.

Non ha sapienze riposte da rivelare, ma esprime la genuina e immediata concezione del mondo che è propria dell’umanità primitiva.

Il mito incarna la lingua primordiale, è la veste esteriore dei simboli originari che racchiudono l’eterna verità dell’uomo e del mondo. A essi  può accedere solo con l’intuizione immediata, non la scienza e il pensiero razionale.

E’ un prodotto dell’immaginazione che appartiene al mondo  sentimentale e rappresentativo di quella che Spencer, chiama “appercezione mitica” . I miti sono storie realmente accadute, ma accadute in un tempo, in uno spazio, in un mondo diversi dal tempo, dallo spazio, dal mondo attuali, e tuttavia non meno reali. La verità del mito non è una verità intellettuale, ma una verità in forma fantastico o poetica.

Il problema che si pone, allora, è proprio cosa si debba intendere per “realtà”, e la discriminante intorno alla quale ci si muove per tentare di chiarire questo problema è necessariamente quella psicologica, si entra nel mondo dell’inconscio, dell’analisi dei sogni, che diventa, per Freud, uno degli strumenti più importanti per la comprensione dei miti.

Abbiamo scelto tre miti, per cercare di chiarire questo discorso:

Il mito della caverna, di Platone;

Il mito degli androgini, di Platone;

Il mito di Sisifo, che ha dato lo spunto e il titolo a un saggio scritto da Albert Camus, filosofo appartenente all’Esistenzialismo ateo francese.

IL MITO DELLA CAVERNA

Trattato da Platone nel VII libro della Repubblica scritto alla fine del 300 a. C.

Dentro una dimora sotterranea……..

Significato del mito

Secondo il mito la condizione degli uomini nel mondo, è simile a quella degli schiavi legati nella caverna, che possono vedere solo le ombre delle cose e degli esseri che sono al di fuori.

Le ombre della caverna sono le mere parvenze sensibili delle cose, le statue le cose sensibili, il muro è lo spartiacque che divide le cose sensibili e le sovrasensibili; al di la del muro le cose simboleggiano il vero essere e le Idee, il Sole simboleggia l’Idea del Bene.

Il mito inoltre simboleggia i gradi di conoscenza: la visione delle ombre simboleggia l’immaginazione, la visione delle statue la credenza; il passaggio dalla visione delle statue alla visione degli oggetti veri (l’uscita dalla caverna) e la visione del Sole, prima mediata e poi immediata, rappresenta la dialettica nei vari gradi e la pura intellezione.

Altro modo di leggere il mito è sotto l’aspetto mistico e teologico: la vita, nella dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella caverna, da prigionieri, così come la vita nella dimensione dello spirito è vita nella luce; il volgersi dal sensibile all’intellegibile è rappresentato come conversione e la visione suprema del Sole e della luce in sé, è visione del Bene e contemplazione del Divino.

C’è anche un’interpretazione politica, del mito: il ritorno nella caverna di colui che si era liberato dalle catene, ha come scopo la liberazione dalle catene di coloro in compagnia dei quali, prima era schiavo, questo è il compito del filosofo, portare i suoi compagni verso la conoscenza.

F. è, in primo luogo, l’uscita dalla caverna e l’osservazione delle cose reali e del principio della loro vita e della loro conoscibilità, cioè del Sole (il Bene), e in secondo luogo, il ritorno alla caverna per la salvezza degli altri. Il vero politico, per Platone, non ama il comando ed il potere, ma usa comando e potere come servizio per attuare il bene.

IL MITO DEGLI ANDROGINI*

*Androgino significa ermafrodita, un essere cioè in cui sono contemporaneamente presenti sia gli organi sessuali femminili che quelli maschili.

Contenuto nel Simposio di Platone.

“..…Per la verità, Erissimaco” cominciò Aristofane……….

I personaggi del dialogo di Platone pronunciano un discorso so  Amore.

L’amore come ricerca dell’intero, della totalità, di quella parte che ci è stata tolta.

All’inzio c’era un unico essere, quindi l’unità, poi querta unità è stata irrimediabilmente scissa, divisa, ogni  parte divisa va verso quello che ora è altro da se, per ricomporre l’unità originaria.

Quando incontra quella che è stata la sua metà, sente nascere in sé un sentimento di amicizia, di intimità, di amore, per cui non sa più vivere separato dall’altro, è l’amore come sentimento, ma anche come eros.

Il diverso da se fa parte del se e ricompone l’unità.

Il diverso oggi  troppo spesso guardato con diffidenza e sospetto, in Filosofia è una vera ricchezza.

Uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi Hegel ( Il filosofo è colui che è capace di creare un  sistema, cioè partire da un punto e attraverso un lungo percorso ritornare allo stesso punto di partenza, ma dopo aver elaborato e dimostrato le sue tesi. L’insieme del sistema è sia il fine raggiunto, che il cammino che si compie per raggiungerlo.), in quella che è la sua più grande opera “La Fenomenologia dello Spirito”, (pubblicata per la prima volta nel 1807), dove ripercorre  la storia della coscienza, che dalle sue prime apparenze sensibili, giunge, attraverso un lungo cammino, ad apparire a se stessa nella sua vera natura, cioè come Coscienza infinita o Assoluto  (Coscienza-Autocoscienza-Ragione), in questa grande opera, la Coscienza procede attraverso quella che Hegel chiama:dialettica, o  sintesi degli opposti. La dialettica, sostiene Hegel, è: “la natura stessa del pensiero,”,poiché è la risoluzione delle contraddizioni dell’intelletto. La dialettica consiste:

1-      nella posizione di un concetto astratto e limitato;  TESI

2-      nel sopprimersi di questo concetto come alcunché di finito e nel  passaggio all’opposto di esso;  ANTITESI

3-      nella sintesi delle due precedenti determinazioni, sintesi che conserva in se ciò che vi è di affermativo nella loro soluzione e nel loro trapasso.  SINTESI

Questi tre momenti H. li chiama: intellettuale, dialettico e speculativo o positivo azionale.

Tutta la realtà si muove dialetticamente, la filosofia hegeliana vede dappertutto triadi di: Tesi-Antitesi-Sintesi, cioè la posizione di un concetto, la sua negazione (la posizione cioè dell’opposto oppure l’essere altro) e la sintesi che è l’unità e l’inveramento della tesi e dell’antitesi.

Questo riferimento a Hegel, dopo essere partiti dal Mito degli Androgini di Platone, per porre l’accento sull’importanza del “diverso”, diverso è ciò che è altro da me, ciò che è fuori di me, ma che proprio per questa sua caratteristica di essere altro mi caratterizza, mi dona identità.

Spostandoci nel tempo e nello spazio, un filosofo giapponese contemporaneo: Abe Masao (1915-2006) docente dell’università di Nara ed esponente della scuola di Kyoto, ritenuto il filosofo della  diversità, ha elaborato la: “Logica del Sokuhi”, cioe dell’ “è eppure non è” .

Il termine Sokhi è composto da due termini, che significano: equivalenza enegazione.

Sovverte il principio di identità della logica aristotelica  A=A e afferma che A è A perche A non è A,  perché fuori da A  c’è altro, qualcosa che non è A.

L’identità è data dalla differenza, si supera così il dualismo.

Secondo Abe Masao le cose sono uguali perché sono diverse, perché esistono nel cambiamento ed è la differenza che da identità.

Continuando su questa linea il filosofo giapponese arriva al Buddismo, che in opposizione al pensiero giudaico-cristiano, tanto ostile alla diversità, dove la polarità Bene-male non è conciliabile, è meno rigido.

Ancora una volta ciò che da identità all’IO e la differenza, l’altro il NON-IO.

In filosofia, quindi, il diverso è inteso in senso positivo, trasferiamo questa positività nel nostro modo di pensare e di approcciarci all’altro, vedendo nella diversita una forma di ricchezza e non qualcosa di cui avere paura e da cui doversi difendere.

Voltaire diceva: “Non condivido le tue idee, ma darei la vita affinchè tu possa esprimerle”.

IL MITO DI SISIFO

L’ultimo mito di cui parleremo è il mito di Sisifo che mentre cercava di risolvere il problema dell’acqua…………

Questo mito  ha dato il titolo e il contenuto ad un saggio di un filosofo francese del 1900, Albert Camus, che nel 1942 pubblica un saggio, un libro di idee a meta strada tra filosofia e letteratura, proprio dal titolo “Il Mito di Sisifo”. Il  libro è una limpida denuncia dell’assurdità del vivere in un mondo sordo ai richiami dell’uomo.

L’opera di C. è una vivissima testimonianza della crisi spirituale di tutta una generazione che a livello filosofico si esprime in quella corrente di pensiero chiamata esistenzialismo ateo.

L’esistenzialismo è la filosofia del concreto, del contingente del sigolare; al centro della realtà c’è il singolo. E’ la filosofia del questo-qui-ora, dell’io soggetto particolare (non soggetto universale), queso singolo è il singolare umano che solo propriamente esiste in questo luogo e in questo momento, che ha in se stesso l’unica giustificazione al proprio esistere (non in qualcosa che è altro da sé). E’ l’uomo che gettato in questo mondo, dal quale, però, non può staccarsi, tra le contraddizioni della vita che non riesce a risolvere, avverte quel senso diangoscia (o consapevolezza del suo dover essere e del perpetuo rischio del dover decidere di sé ) proprio dell’esistenzialismo. E’ il peso, il vuoto lasciato dallamorte di Dio, credere in Dio è un modo per l’uomo di alienarsi, di negarsi, rifiutarlo vuol dire riaffermare l’uomo, ma c’è un prezzo da pagare, con Dio cadono molte certezze, molte sicurezze. “Dio è diventato un’idea astratta in fondo al cielo, ques’idea io una sera  l’ho cancellata. Non ho mai rimpianto Dio, mi rubava la terra, ma un giorno ho capito che rinunciando a Lui, mi ero condannata a morte”, questo dice Simone De Beauvoir (altra esponente dell’esistenzialismo ateo francese) nei “Mandarini”.

In questa corrente di pensiero si inserisce Camus col suo saggio e con la sua filosofia dell’assurdo.

Con la morte di Dio resta l’uomo, ma l’uomo e <span>solo</span>, completamente calato nella sua esistenza, come un dover essere che si realizza solo sulla terra.

L’esistenza è assurda, assurdità che è generata dalla contraddizione tra l’ansia e i desideri dell’uomo e l’irrazinalià del mondo. L’assurdo è la dinamica del rapporto tra la coscienza e il mondo. La coscienza, l’io si trova al cospetto di una entità statica, immobile, governata da  leggi proprie, che esiste indipendentemente dall’uomo e che non si adegua ad esso. L’assuro nasce dal rapporto tra queste due entità: io e mondo, in senso generale l’assurdo è contraddizione, non- senso.

Camus vuole trasformare in negativo  in positivo, vuole passare dal sentimento dell’assurdo all’eroismo della rivolta. Sisifo è il simbolo di questa rivolta, è il coraggio di vivere, pur consapevole che la vita non ha senso. La vita può avere una sua grandezza, proprio per il fatto che il mondo non è ragionevole, non ha senso. Punto di partenza del saggio è il nesso assurdo-suicidio, il tema del suicidio rimanda alla morte: è la morte che sottrae la vita al destino e la cede all’uomo.

La morte da un nuovo senso alla vita, trasformandola in una cosa compiuta. La morte diventa la  mia morte e trasforma la vita nella mia vita.

In effetti negli esistenzialisti, si ha l’impressione che questo Dio negato sia sempre presente, sembra siano ossessionati dall’idea di Dio e che il non senso del mondo, della vita derivi proprio dall’assenza di Lui.

LA FUNZIONE SOCIALE DEL MITO: Prometeo ed Edipo

(Appunti della Lezione di Alessandra Colombo)

Tra le varie mitologie di tutti i popoli politeisti (indu, africani, latini, greci…) la più bella e la piùcoerente è, senza alcun dubbio, la mitologia greca; questo perché i miti che i greci aveva inventato venneroben presto rielaborati dai poeti (in particolare dai due sommi Esiodo e Omero), cioè da coloro che sepperointerpretarne lo spirito con spiccata qualità di intelligenza e fantasia e con serenità e sentimento vivissimodel bello e dell’armonia. Furono, infatti, i poeti che, impadronitisi di tali leggende colte dalla bocca stessadel popolo (tradizione orale!), vollero trasformarle in poesia e misero perciò un po’ di ordine nell’intricatamatassa: eliminarono le contraddizioni, legarono un mito ad un altro, colmarono le lacune con circostanzeinventate da essi di sana pianta, e soprattutto diedero ad ogni mito un significato simbolico, riducendo lamitologia a un sistema cronologicamente, logicamente ed esteticamente armonico e ben equilibrato. Sidistinguono, pertanto, due diverse mitologie: quella che chiameremo popolare, le cui caratteristiche sonola spontaneità e la religiosità, e una mitologia letteraria o dotta, che è una trasfigurazione poetica efilosofica dell’altra. Sarà quest’ultima a interessarci più da vicino, proprio perché la conoscenza diretta diquesta (perché scritta e non orale!) potrà servirci per comprendere le allusioni mitologiche, il sostratoculturale, qualora decidessimo di leggere i classici greci, latini, ma anche italiani o stranieri (penso aShakespeare).La mitologia popolare è una creazione dei popoli primitivi che, guidati soltanto dalla spontaneitàdel sentimento religioso, si limitarono a raccontare dei loro dei gli eroismi, i miracoli, le grazie accordateagli uomini buoni, le punizioni inflitte ai empi, insomma le sole notizie essenziali per spiegare in qualchemodo i fenomeni naturali. Questo complesso di racconti tradizionali sembra essere arrivato in Greciainsieme ai popoli indoeuropei che, agli inizi del II millennio a.C., si spostarono nella penisola. Tali racconticonservavano un’antica sapienza di carattere magico e religioso che aveva per oggetto la nascitadell’universo, la potenza delle forze naturali e soprannaturali che lo governano, la formazione dellecomunità umane e le conoscenze fondamentali pratiche e morali da cui trae inizio il cammino della civiltà.A spingere l’uomo a dare una spiegazione a questi eventi è un sentimento misto di paura e meravigliadavanti a circostanze spettacolari e ignote. Paura, per esempio, nei confronti di belve feroci e nemici, maanche del vento, delle tempeste, dei fulmini, delle inondazioni, della malattia e della morte; e stupore omeraviglia davanti al sorgere del sole, al suo tramonto, agli astri, alla pioggia. Insomma, a spingere gliuomini primitivi ad inventare delle storie è la necessità di darsi una spiegazione di eventi insoliti conl’obiettivo di superare quel senso di debolezza e piccolezza umana.Non a caso, il mito più antico della storia è probabilmente quello che tratta il tema della presenza edell’uso del fuoco o meglio della “domesticazione” del fuoco: cioè la capacità di produrlo, conservarlo etrasportarlo al fine di servirsene per la cottura dei cibi, per il riscaldamento e la lavorazione dei metalli. Ciòsi spiega perché la sua “scoperta” rappresenta una svolta decisiva nella storia dell’umanità. A tal proposito,non esiste gruppo umano o popolo della terra che non contempli, nella propria storia sacra, la presenza diuna divinità del fuoco, o non conservi un nucleo di leggende legate alla difficile impresa di conquistare edominare le scintille generate dalla fiamma. Talora questi racconti narrano del dono concesso da unospirito benigno, più frequentemente, però, ci troviamo di fronte al mito di un dio maligno o adirato chetiene nascosto all’uomo il “seme del fuoco”; solo l’impresa furtiva di un personaggio astuto e sagace riescea sottrarre la scintilla alla gelosa custodia di forze ostili.2Questo, in sintesi, il mito di Prometeo. Mito importante, perché segna il passaggio dalla mitologiapopolare a quella dotta. Su di esso, infatti, la tradizione letteraria si è innestata, dando inizio alla sua saga.La tradizione dotta, racconta, infatti, che in origine era il Caos, un miscuglio universale e disordinato dellamateria, nel quale cielo, mare e terra si confondevano dall’eternità; ma questo disordine era consideratouna divinità capace di generare e la maggior parte dei suoi figli erano a loro volta divinità torbide, malevole,cieche e capricciose. Il maggiore dei suoi figli era Destino o Fato, divinità potentissima e inesorabile, a cuitutte le divinità, anche le più potenti, erano sottomesse. Nulla poteva cambiare i suoi decreti. Suoi fratelli esorelle erano l’érebo, una specie di abisso senza fondo fatto di dense tenebre, la Notte, anch’essa buia emisteriosa, che però portava all’uomo anche riposo e buoni consigli, la bieca Discordia e la triste Vecchiaia.Ma le tre nipoti più fatali di Destino erano le Parche (o Moire), figlie di Erebo e Notte. Più tardi nacquerodivinità più benevole come Concordia, Amore, Giorno, Urano (il Cielo) e Gea (terra). Questi ultimi siunirono e da essi nacquero i Titati (sei maschi e sei femmine), i Centimani e i Ciclopi. Ma Urano avevapaura dei propri figli, temeva potessero detronizzarlo, così li nascose appena nati nelle profondità dellaterra e nel tartaro. Gea, la loro madre, adirata per questo trattamento poco paterno, persuase i titani aribellarsi e, dando a Cronos l’ultimo dei titani una falce, gli ordinò di mutilare dei genitali il padre Urano e digettarli nel mare (Si racconta che dalla spuma generata da questi nell’acqua nacque Venere o Afrodite).Una volta liberati i fratelli dalle segrete della terra, Cronos venne posto sul trono e unitosi a Rhea (la grandemadre) ebbe figli suoi: Hestia, Demetra, Hera, Plutone, Poseidone e Zeus. Se non che anche Cronos ebbein sorte la stessa paura di suo padre e non potendo uccidere i suoi figli, in quanto immortali, a mano amano che essi nascevano, li ingoiava. Ancora una volta la madre è la custode dell’amore e nascondel’ultimo dei nati, Zeus, sull’isola di Creta, affidandolo alle cure di alcune ninfe. Una volta diventato un belgiovane, Zeus viene a conoscenza della sua reale natura e decide di vendicarsi. Sale dunque al cielo ecostrinse il padre con la forza a bere una pozione che gli fece vomitare tutti gli altri fratelli. Poi lo detronizzòe ovviamente gli venne affidata la successione. Ma i titani e i giganti non si rassegnarono ad aver perso ilpotere, così iniziarono due cruente battaglie dette titanomachia e gigantomachia, che videro la vittoriadefinitiva di Zeus, il quale diede inizio alla cosiddetta età dell’oro.Ed è qui che si inserisce il mito di Prometeo: Prometeo significa in greco “colui che prevede”. Questiera un Titano, ma non aveva preso parte con gli altri suoi fratelli alla guerra contro Zeus, non perchénutrisse grande stima per il capo degli dei, ma piuttosto perché, essendo preveggente, aveva capito che ilDestino voleva la vittoria di Zeus ed era stolto opporsi ai misteriosi ma ineluttabili suoi decreti. Prometeoera giusto e pietoso, sentiva una profonda compassione degli uomini, che a quel tempo erano ancora allostato selvaggio e non sapevano né utilizzare le forze della natura né dominare le altre creature. QuestoTitano non aveva una gran fede nel senno di Zeus e, per metterlo alla prova, avendo ucciso un toro per unsacrificio, nascose nella pelle dell’animale la carne migliore; poi feceun mucchio più grosso con le ossa, col grasso e con le interiora,lasciando scegliere a Zeus quale dei due mucchi preferisse. Zeusscelse il mucchio più grosso, e fu gabbato. Per vendicarsi di taleinganno, il re degli dei ordinò ad Hefesto, abilissimo fabbro, notopresso i Latini con il nome di Vulcano, di fabbricargli una donnabellissima tanto da poter gareggiare con le dee dell’olimpo. Dopoaverle infuso la vita con una scintilla di fuoco, tutti gli dei rimaserocolpiti dal lavoro ben fatto di Hefesto e ciascuno di loro volle dare undono alla fanciulla, che non a caso fu chiamata Pandora, cioè “tutti i3doni”. Atena le diede l’attitudine ai lavori femminili, Afrodite la grazia muliebre, Hermes il coraggio el’astuzia ammaliatrice e a questi preziosi doni Zeus aggiunse un misterioso vaso facendosi promettere chenon l’avrebbe mai aperto. Dopo di ciò fece in modo che Epimeteo, fratello di Prometeo, se ne innamorasseperdutamente. Ora, se Prometeo significa “colui che prevede”, Epimeteo sta ad indicare “colui che ha soloil senno del poi”; allora possiamo immaginarcelo come un Titano impulsivo e imprevidente! Prometeocercò di farlo ragionare sull’assurdità di un dono così benevolo da parte di Zeus che avrebbe dovuto averenei loro confronti rancore, ma Epimeteo non volle ascoltar ragioni. Appena i due si sposano, Pandora vienepresa da un inarrestabile curiosità e vuole sapere cosa celava di così importante il vaso. E così lo aprì. Daesso vennero fuori tutti i mali che tribolano il genere umano e che dal vaso si sparsero in un baleno pertutta la terra. Pandora terrorizzata fece per chiudere il vaso e lasciò nel fondo del vaso solo la Speranza. Orache i mali regnavano sull’umanità, l’afflizione e la compassione di Prometeo nei confronti del popoloaumentarono. Si decise allora per trovare un rimedio a tanta afflizione. Tra le tante infelicità, la più grandeera forse che gli uomini ignoravano assolutamente i benefici del fuoco: si cibavano di carni crude, vivevanonelle loro grotte tra le tenebre più fitte, gelavano per il freddo, non avevano mezzi per opporsi alle belveferoci. Per rimediare a tanta miseria, Prometeo si recò a Lemno, nella fucina di Hefesto e rubò al dio deifabbri una scintilla nascondendola dentro un bastone internamente cavo, lo portò agli uomini e insegnòloro ad adoperarlo. La conseguenza fu che gli uomini ebbero un benessere mai goduto fino ad allora e,inorgoglitisi, si credettero uguali agli dei, trascurando i loro doveri religiosi. (peccato di Hybris, tracotanza).Zeus, allora indignato, decise di punire l’artefice di tutto e fece catturare Prometeo, il quale fu posto sullarupe di un altissimo monte e lì crocifisso legato con catene e con un enorme chiodo conficcato nel costato.Per di più un’aquila ogni mattina veniva a divorargli il fegato che ricresceva miracolosamente. Il suppliziodurò secoli e secoli perché l’orgoglioso Titano non aveva nessuna intenzione di chiedere perdono, inoltre,essendo preveggente, era al corrente di un importante segreto che giocava a suo favore. Era a conoscenzadella possibilità che Zeus venisse detronizzato da un suo figlio. Ecco che la stessa paura che era stata diUrano e Cronos, ora attanaglia anche Zeus che presto chiede la liberazione di Prometeo a patto cheracconti ciò che sa. E così accade. Una volta libero, Prometeo svela che Zeus sarebbe stato detronizzato dalfiglio che avrebbe avuto se si fosse sposato con Teti. Zeus perdonò Prometeo e sposò Hera, dando Teti insposa a Peleo, un mortale. Dalla loro unione nacque Achille!Duplice nel tempo la lettura che di questo mito se ne è fatta. Da un lato i Padri della Chiesa videroadombrata nel coraggioso titano, pronto a difendere gli uomini dal male e a redimerli dalla miseria, laredenzione dell’umanità dal peccato col supplizio di Cristo. D’altra parte, Prometeo viene associato dallaBioetica cattolica alla Tracotanza dell’uomo di scienza che, sfidando il dio, offre agli uomini strumenti buoni,ma di cui gli uomini non seppero – e non sanno – servirsi, finendo col dimenticare i loro doveri religiosi.Pensiamo alle sperimentazioni sugli embrioni, la possibilità di lavorare sul genoma umano etc. Si passa,dunque, da una immagine positiva di Prometeo, ad una caratterizzazione negativa, in quanto detentoredella capacità di dominare il “fuoco”, di cui non viene mai dimenticato il potere distruttivo!Fino a questo momento abbiamo visto come la funzione sociale del mito è quella di dare unaspiegazione riguardo all’origine del cosmo o, se avessimo parlato di Deucalione e Pirra, alla istituzione dellasocietà umana o alle caratterizzazioni degli dei, come abbiamo visto alludendo ai doni offerti a Pandora. Maè anche importante notare come col mutare delle circostanze e condizioni di vita cambia anche il mito.Proprio questo continuo adattamento a nuove esigenze contraddistingue la natura del racconto mitico, ilquale dimostra una sorprendente vitalità narrando in modo diverso le stesse vicende o riformulando in4maniera nuova uno stesso tema. Come esempio si può citare iltema della “paura dei padri verso i figli” nelle successioni alpotere.Lo stesso tema torna infatti in uno dei più significativi eelaborati miti della tradizione greca: il mito di Edipo. Con Edipolasciamo alle spalle i miti degli dei (la categoria nella qualesono raggruppati tutti i racconti che hanno per protagonistidelle divinità) e entriamo nella sfera dei miti degli eroi, quellache si apre con i personaggi dell’Iliade e dell’Odissea e che viavia ci fa conoscere gli antenati di questi, come gli Argonauti, edei discendenti a cui spesso è associata la celebrazione e ilricordo della fondazione di una città o di un popolo. Con Ediposiamo a Tebe, città della Beozia, regione a nord dell’Attica, fondata da Cadmo, figlio del re fenicio e fratellodi Europa, la fanciulla trasformata in giovenca e rapita da Zeus – episodio narrato tra quelli che trattano del“farfallone” Zeus. Due generazioni dopo Cadmo – non sto qui a raccontare tutti i dettagli della sua storia,ma vi consiglio di guardarli – salì sul trono di Tebe Laio, un giovane che aveva preso per moglie Giocastama, siccome dalla loro unione non nasceva alcun figlio, i due sposi interrogarono l’oracolo di Delfi. La Piziarispose predicendo la nascita di un figlio “che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre”. Anche nellasaga tebana ecco affacciarsi il timore per la successione al trono, ma qui il motivo tradizionale èulteriormente complicato dalla minaccia dell’incesto, unione che avrebbe scompigliato l’ordine genealogicoe naturale. Eppure, poco dopo, Laio e Giocasta ebbero un figlio che, appena nato, venne consegnato ad unservo perché, una volta legatogli i piedi e appeso al ramo di un albero, lo abbandonasse sulle vette delmonte Citerone. Il servo, benché malvolentieri, obbedì. Il caso volle che sul monte vi erano alcuni pastoriche pascevano le greggi del re di Corinto, Polibio. Ovviamente i pastori presero il bambino che piangevadisperatamente e lo portarono al loro re, che adottò il fanciullo – non potendo anch’egli avere figli, e diedea lui nome Edipo, cioè “dal piede gonfio” a causa delle corde che avevano stretto i piedi del bambino. Edipocrebbe dunque come un principe alla corte del buon Polibio. Una volta diventato un giovane, Edipoincominciò a nutrire dubbi sulla sua nascita e il suo ruolo all’interno della corte corinzia e per chiarirsi leidee decise di intraprendere un viaggio per consultare l’oracolo di Delfi. Qui, venne a conoscenza del suodestino che l’avrebbe visto assassino del padre e marito della madre. Terrorizzato da questa possibilità, ilbuon Edipo decise di non far ritorno alla reggia di Polibio. Ma i decreti di Destino, come abbiamo visto,sono irrevocabili. Edipo prese la strada che conduceva a Tebe, convinto che così avrebbe aggiratol’ostacolo, ma ad un crocicchio incrociò una carrozza nella quale viaggiava Laio, il vero padre, di ritorno aTebe. Ovviamente i due non si conoscevano e nacque tra loro una disputa su chi dovesse lasciare il passoall’altro. La questione venne risolta con la spada e per una pura banalità Edipo uccise non solo il re, ma ilpadre realizzando la prima parte dell’oracolo. La notizia della scomparsa del re Laio giunse a Tebe, dove lareggenza passò a Giocasta, fintanto che non ci fosse stato qualcuno capace di risolvere l’enigma dellaterribile sfinge, una donna con corpo di leone e ali di aquila, che attanagliava la città. Solo questi avrebbeavuto la mano di Giocasta e ovviamente il trono. Edipo, nel frattempo, arrivò alle porte di Tebe e si imbattènella Sfinge, che pose anche al giovane il suo indovinello: “qual è l’animale che di mattina cammina aquattro zampe, a mezzogiorno con due e la sera con tre?”, Edipo rispose “l’uomo”, risolvendolo.L’incantesimo era rotto, la sfinge volò via e Edipo ignaro di aver assassinato il re della città, sposa la regina,sua madre, avendo da lei figli e adempiendo la seconda parte del vaticinio. Le cose per la città di Tebe5continuarono ad andare male a causa di una pestilenza. Ancora una volta il reggente fa riferimento allaPizia, che svela la causa della peste: è rimasto impunito l’assassino del re Laio. Edipo diede inizio ad unaindagine spietata, finché non gli venne svelato dall’indovino Tiresia che l’artefice di tutto era proprio lui. Aquesto punto tutto divenne chiaro. Edipo comprese che il suo tentativo di sfuggire al Fato era stato inutile,anzi, tutto era accaduto perché lui potesse adempierlo. Edipo per la vergogna della sua condizionemiserevole si strappa gli occhi, mentre Giocasta per il disonore si impicca. I figli Eteocle e Polinicescacciarono via il padre, dimentichi che la colpa di Edipo si sarebbe estesa comunque su tutta la sua stirpe,tanto più perché lui stesso li maledisse per questa loro scelta nefasta. La maledizione del padre diedepresto i suoi frutti. I due fratelli litigarono per la successione,venendo meno al patto di alternarsi allareggenza ogni anno. Polinice viene scacciato dal fratello Eteocle che a sua volta viene ucciso dall’esercitomesso su dall’altro. Qui si apre un altro capitolo, in cui incontriamo la meravigliosa e coraggiosa Antigone,figlia di Edipo e Giocasta, sorella di Polinice ed Eteocle. Ma questa è un’altra storia.La saga della famiglia di Edipo, la sua triste storia, ha arricchito i versi e le pagine delle più belle edemozionanti tragedie. Da quelle greche di Sofocle e latine di Seneca alle seicentesche opere di Corneille eRacine, fino ai contemporanei Hugo von Hofmannsthal e Marguerite Yourcenar. Ma la mitologia in genere èdestinata a pervadere tutte le manifestazioni artistiche dell’età dell’uomo, dalla poesia alla pittura, dallaprosa al teatro, offrendo modelli letterari e iconografici di grande spessore morale e sentimentale. Ora,siccome la cultura greca e romana sono impregnate di mito ed esse costituiscono la base della culturaEuropea moderna, chi voglia orientarsi tra i meandri della nostra cultura deve per forza conoscere lamitologia classica, questo patrimonio gigantesco di immagini e figure esemplari, nel quale l’uomo hadepositato la memoria dei valori sociali della collettività. Ma, oggi, i miti hanno esaurito questa lorofunzione sociale di deposito della memoria e dei valori? Alcuni ritengono di sì. Le epoche e gli uomini sonocambiati, eppure io ritengo che ci siano degli eredi del mito che conservano questo meraviglioso ruolo di“educatori” ai valori portanti dell’uomo. Sto parlando delle fiabe di magia. Proprio quelle fiabe che allasera raccontiamo ai bambini, illudendoci che possano servire solo per farli addormentare o stimolare la lorofantasia. Non è così, le fiabe sono molto di più. Sono uno strumento con il quale diciamo alle generazionifuture che esiste un bene ed esiste un male, che il bene deve e può vincere con la dedizione e il coraggiodell’eroe o dell’eroina di turno, nel quale ciascuno di noi si identifica. Infondo, scommetto che ciascuno dinoi ha colto una eco di Biancaneve nella storia di Edipo e, se ci fossero dei russi tra di noi, avrebberoriconosciuto il personaggio “dai piedi gonfi” che tanto anima la lorotradizione. E per concludere, mi piace pensare e sottolineare che lefiabe ci dicano anche qualcos’altro: questi racconti ci dicono anche chel’eroe non può far affidamento solo sulle proprie forze, ma per vinceredeve affidarsi ad un’entità più grande di lui e più potente, una “magiabianca” che è offerta in dono soltanto ai giusti. Ci dice che nonpossiamo farcela da soli, che l’eroe non è chi fa tutto da sé, ma chi safidarsi e affidarsi.

Le verità del legno (dott.sa Annarita Rinaldi, psicologa)

lezione del 5 febbraio 2011

Tu vedi un blocco,

pensiamo all’immagine:

l’immagine è dentro

basta solo spogliarla”.

(Michelangelo Buonarroti)

 

A cosa è servito “l’esercizio della spoliazione“ di un pezzo di legno?

–   a vedere con occhi diversi cosa si cela al di là delle apparenze. Michelangelo, infatti diceva che il marmo è come un uomo, prima di intraprendere qualcosa, occorre conoscerlo bene e sapere tutto ciò che ha dentro.

–  a introdurci nel racconto e nell’interpretazione, in alcune sue parti, di uno fra i più bei capolavori della lettura universale mai scritti: “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Lorenzini Collodi.

 

Perché passare dal mito alla fiaba? Perchè i miti sono stati sostituiti dalle favole e dalle fiabe (nelle opere di Platone leggiamo che gli anziani raccontavano ai bambini storie simboliche dette mythoi, e fin d’allora le fiabe erano connesse con l’educazione dei bambini).

La fiaba è un tipo di narrativa originaria della tradizione popolare, caratterizzata da componimenti brevi e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici come fate, orchi, giganti e così via. Si distingue dalla <span>favola,</span> in quest’ultima i protagonisti sono in genere animali antropomorfizzati o esseri inanimati e il cui <span>intento allegorico e morale è più esplicito</span>.

Il succo delle fiabe non è la morale quanto piuttosto la FIDUCIA DI POTER RIUSCIRE. Le fiabe hanno un’origine popolare in quanto descrivono la vita della povera gente, le sue credenze, le sue paure, il suo modo di immaginarsi i re e i potenti; non erano considerate, solamente racconti per bambini, ma rappresentavano un divertimento anche per gli adulti ed avevano grande importanza per la vita della comunità. Ecco perché la fiaba offre soluzioni ai dilemmi, alle ansie, alle paure, e le offre in modo tale da poter afferrare la soluzione in base al proprio livello intellettivo: la fiaba si può riscoprire perciò anche in età adulta.

 

 

Le caratteristiche peculiari della fiaba sono:

1)     indeterminatezza: personaggi, epoca e luoghi sono quasi sempre indefiniti, mai descritti e quasi mai nominati (c’era una volta, tanto tempo fa…);

2)     inverosimiglianza: i fatti che si presentano nel racconto sono spesso fatti impossibili e i personaggi inesistenti nella realtà quotidiana (molti fatti narrati possono accadere solo per magia);

3)     si rappresenta sempre un mondo nettamente distinto in due (i personaggi sono o buoni o cattivi, o furbi o stupidi e non esistono vie di mezzo);

4)  ripetizione: i motivi sono sempre ricorrenti (gli elementi e gli episodi sono spesso presenti anche in altre fiabe). Esiste anche una ricorrenza narrativa di frasi o formule magiche; la ripetizione e la ridondanza permettono una migliore penetrazione dei contenuti ed una più persistente memorizzazione;

5) apoteosi finale: c’è sempre un lieto fine;

6) scopo didattico: c’è sempre una morale, che insegna a rispettare gli anziani e la famiglia, ad essere generosi con i poveri e gli umili e coraggiosi con i prepotenti (fino a sfidare le autorità) per migliorare il proprio destino.

 

 

Cosa dedurre dalla fiaba di Pinocchio, cosa nasconde questo semplice pezzo di legna da ardere? Nasconde la sua stessa essenza: “L’essenziale è invisibile agli occhi” è detto in un altro racconto (Il Piccolo Principe); vi è nascosta una vocina sottile, sottile, che si lamenta per il dolore o ride per il solletico. Da quale spazio discende questa voce chiusa nel legno? Come rispondere a questa domanda? Una cosa è certa: Pinocchio vive, ha una psicologia e una forma ben delineate, prima ancora che l’atto creativo di Geppetto cominci a scolpirlo e gli trovi un nome.

 

Qualche ora dopo la comparsa nella casa di Mastro Geppetto, Pinocchio subisce la primaincarnazione. La vocina sottile, ha un volto, un naso, un corpo, un vestito di carta fiorita, e prende posto nella categoria dei burattini, e Pinocchio pur avendo forma di un “essere umano” è pur sempre lontano da noi: è un burattino.

Pinocchio non solo non ha una madre ma non nasce neppure dal padre; nasce invece da un ciocco di legno, come a dire che non può agganciarsi ad una precisa identità: perché non è figlio né di padre né di madre, una condizione che psicologicamente possiamo interpretare come una grande difficoltà nello strutturare un’identità. ECCO IL PERCHE’ DELLE SUE AVVENTURE.

Le prove-avventure che lui vive sono in pratica il suo processo di adattamento e la costruzione della sua identità.

 

Possiamo dire anche che Pinocchio è una fiaba che ripercorre il viaggio dell’Io verso l’individuazione, un vero e proprio “viaggio dell’Eroe” con tutte le traversie che ogni eroe deve affrontare per raggiungere lo scopo che è l’individuazione, ovvero il ritrovamento di Sé. Si tratta dunque di un percorso di crescita che viene rappresentato dall’immagine di un burattino che alla fine diventa bambino ma che, nella normalità della vita psicologica, possiamo inscrivere nel momento in cui si esce dalla storia familiare per entrare in quella individuale.

E’ un viaggio che necessita di strumenti, di volontà e di forza per combattere le resistenze interiori.

GEPPETTO CREA IL BURATTINO

Pinocchio nasce da un ciocco di legno ed è un burattino particolare che si muove e che sembra un bambino vero.

Tutti noi quando siamo piccoli e giovani siamo “burattini”; con questa parola possiamo intendere un’incapacità per il nostro IO di potersi nutrire di valori e di contenuti personali; siamo ancora in un’età in cui è difficile non essere condizionati e, pertanto ci sentiamo “estranei, stranieri” poiché non possiamo esprimerci pienamente in quanto siamo chiamati a rispondere ai dettami dei nostri genitori e, pertanto, portiamo avanti pensieri e valori che appartengono a loro.

L’idea di un burattino di legno suggerisce una “non verità”, un qualcosa di costruito e di scolpito da altri; infatti, noi non siamo veri in questa parte della vita, siamo il frutto dell’educazione e delle aspettative più che dei nostri contenuti. Ecco perché dobbiamo arrivare alla verità cominciando da una verità che è INSCRITTA in noi.

Il burattino però vive male perché non può essere autentico e deve quindi plasmarsi per farsi accettare; questo tema lo vediamo bene in Pinocchio che a volte si adatta e molte volte si ribella.

Questa parte ci fa anche riflettere su un tema genitoriale: ogni genitore, e Geppetto non fa eccezione, vorrebbe che il proprio figlio seguisse le sue orme e, nel caso, Geppetto vorrebbe fare di Pinocchio un figlio perfetto, obbediente e buono, portatore dei suoi dettami e della tradizione.

Geppetto è la parte del Super-Io la parte cioè moralizzatrice.

Pinocchio, come tutti gli eroi, è spinto a conoscersi: esce e, chiaramente, non fa tutto quello che il padre gli dice; non va a scuola, si attarda dove non dovrebbe e, questo suo “cincischiare” fa si che incontri amici poco raccomandabili…

Questa parte della storia rappresenta l’inizio del conflitto interno tra quelle due parti di noi che ad un certo punto della nostra storia cominciano a frizionare spalancando le porte alla “trasgressione – disobbedienza”, atto importante nella crescita personale.

 

L’incontro con gli amici poco raccomandabili è ovviamente l’incontro con la parte Ombra. Nel processo di individuazione l’Ombra è una figura archetipica che simboleggia l’altro nostro lato, il lato oscuro, il nostro fratello oscuro che è invisibile e inseparabile da noi e fa parte della nostra totalità. E’sempre una parte dell’eroe, anche se inizialmente è proiettata fuori, nella fattispecie nelle figure del “Gatto e della Volpe” o in Mangiafuoco o in Lucignolo.

 

 

LA TRASGRESSIONE

Pinocchio vorrebbe essere buono, tuttavia, incontra sempre amici particolari che lo invitano a trasgredire e a fare cose proibite.

 

Possiamo leggere questa fase come un periodo di scoperta di sé, degli altri e del mondo. Per poterlo fare bisogna “uscire dai limiti”; se stiamo dentro alle regole e alle norme che ci sono state date, non portiamo nulla di nuovo, non ci conosciamo e quindi, non cresciamo; è come dire che ripetiamo sempre la storia senza portare nulla di nuovo all’umanità.

La trasgressione ci dice che ci sono forze interne che premono per lo sviluppo; è la magia, il propulsore che ci spinge a crescere e a rischiare: è la psiche stessa che entra in opera.

La trasgressione spesso è simboleggiata “nell’incontro con l’ombra” personale. Infatti, la parte poco chiara e ambivalente di Pinocchio attira nella sua vita due figure ombra: il Gatto e la Volpe, due personaggi oscuri, poco sinceri, ladri, furbi e pronti a ingannare il piccolo burattino. Il Gatto e la Volpe sono parti dell’eroe stesso; sono i suoi lati meno nobili quelli che tradiscono ed ingannano: i lati che non può e non vuole vedere e che proietta fuori. Le esperienze che fa Pinocchio attraverso questi personaggi sono le prove che dovrà superare per diventare adulto, confrontandosi con le sue parti ombra: lasciare l’innocenza dell’infanzia richiede all’Io un dolore e una fatica.

IL GRILLO PARLANTE, OVVERO GLI AIUTI INTERNI.

Pinocchio viene spesso contattato dal Grillo Parlante; che è una sorta di voce della coscienza. Possiamo immaginare questo animaletto come il simbolo dell’introiezione di una serie di norme date dal padre e dalla società; il Super-Io è la parte moralizzatrice interna che lo obbliga al confronto con sé stesso attraverso l’eterno conflitto tra il bene e il male. Pinocchio non regge questa voce interna e, dopo alcune volte, ammazza il Grillo, il che simbolicamente vuol dire “mettere a tacere la sua voce interna” perché divenuta insopportabile.

Pinocchio, come tutti gli eroi che lottano per l’individuazione, passa una fase in cui è sedotto dalla strada più facile e più breve, quella che sembra a portata di mano ma che è anche pronta a far pagare un prezzo molto elevato.

LA FATA TURCHINA – IL CONTATTO CON IL FEMMINILE

Pinocchio è figlio di solo padre: non ha madre e questo indica che dovrà trovare il suo lato femminile interno che è la sua Anima; sarà lei a dare valore alla sua vita e a fargli comprendere quali sono i sentimenti che danno significato perché nascono dall’autenticità.

 

Un giorno lui incontra la fata con i capelli turchini: è ovviamente una parte che accoglie, che nutre e salva: non basterà tuttavia un solo incontro con lei; infatti, il nostro eroe non si impegnerà tantissimo nella scoperta di questa sua parte… e quindi i contatti saranno parecchi prima che riesca a comprendere cosa gli vuole suggerire la sua “anima”. Vedi trasformazioni della fata.

 

Il fatto che il femminile venga presentato sotto forma di “fata” indica che lui ha un’anima candida, desiderosa di giustizia, di nutrimento che, nella fiaba, sembra compensare la parte esterna molto più trasgressiva e ribelle.

 

La fiaba ci dice che ci vorrà del tempo prima che lui la accolga perché, preferisce di gran lunga le scorribande con i suoi amici. La fiaba sottolinea la difficoltà per un eroe maschio ad integrare la parte femminile: Pinocchio preferisce stare con i suoi “pari”.

Da un punto di vista psicologico questo passaggio è sacrosanto: non si può accogliere il femminile, che porta al bisogno di relazione interno ed esterno, se prima non si ha un buon rapporto con il proprio maschile; l’identificazione deve passare attraverso una fase di struttura in cui si deve stare con le persone del proprio sesso.

 

PRIMA CADUTA IN MARE-PINOCCHIO CAMBIA NATURA

Faccio un attimo un passo indietro. Quando Geppetto costruisce Pinocchio si dimentica di fargli le orecchie, è già l’indizio del non SENTIRE. Pinocchio non ha orecchi per sentire, quindi è quasi naturale che egli non ascolti i consigli dettati dagli adulti presenti nella storia. E’ come tutti i bambini che quando vengono al mondo sono esseri indifferenziati e che hanno bisogno di introiettare le figure parentali per poter costruire un proprio percorso di vita.

In un altro punto del racconto notiamo invece come le orecchie quasi inesistenti diventano orecchie da ciuchino. E’ il momento dell’ascolto ma non ancora quello vero passa cioè attraverso le orecchie di un altro essere….è il processo che compiono tutti gli adolescenti quando incominciano ad ascoltare la propria personalità ma lo fanno ancora facendo riferimento ai moniti, ai consigli, all’esempio dettato dal genitore.

 

Dal XXVI cap. in poi le avventure di Pinocchio cambiano tono, soprattutto con la comparsa della Fata che si presenta ora come bella Bambina dai capelli turchini, ora come abitatrice dell’isola delle Api, ora come Signora dal Medaglione, ora come capretta turchina; così anche Pinocchio deve trasformarsi, e le sue avventure, fino ad allora casuali, cominciano a disegnare la linea di un’iniziazione. Nella lenta ascesa di Pinocchio irrompe la notte più buia e insidiosa: ascolta le parole tentatrici di Lucignolo, va con lui nel paese dei balocchi e diventa ASINO. Cambia aspetto, non è più un burattino anzi scende sotto la sua stessa natura; giacchè gli asini, unici tra tutti i personaggi umani ed animaleschi del libro, parlano in dialetto. Poi viene venduto, gettato in mare e affogato.

Ecco la caduta in mare per la prima volta, l’immergersi nell’inconscio.

In questo momento la linea del suo destino si capovolge nuovamente. Tuffato senza pietà negli abissi della morte, Pinocchio risale verso la luce. Egli non ha alcun merito della propria salvezza, viene liberato per grazia della Fata che manda un branco di pesci a divorare il suo corpo di asino.

Liberatosi dalle spoglie estranee, Pinocchio rinasce burattino (proprio perché non ha nessun merito nell’essersi salvato), ma per trasformarsi completamente deve ancora CAMMINARE…

 

Molte iniziazioni sono una caduta e poi un’ascesa poiché qualcosa deve essere perduto per strada e Pinocchio deve rinunciare all’essere burattino e alle sue birichinate per divenire finalmente un ragazzo.

IL MARE – L’INGOIAMENTO – LA RINASCITA

Tra le varie prove che Pinocchio deve affrontare vi è l’immersione, la caduta nel mare e l’ingoiamento da parte di un pescecane. L’immersione è un fenomeno psichico accompagnato da ambivalenti stati d’animo: ansia, angoscia, disperazione.

Questa parte ha molti simboli importanti: prima di tutto il “mare” simbolo dell’ingoiamento dell’inconscio.. che sta per annegarlo.. e lo rende caotico, confuso… senza direzione; il pesce che ingoia l’eroe può essere interpretato come il momento più buio di questo viaggio, una fase di sprofondamento della coscienza in cui l’eroe rischia l’annientamento di Sé se non emergono le forze che lo spingono ad individuarsi.

Per uscire da questa fase Pinocchio dovrà trovare risorse nuove, dovrà testarsi e utilizzare quei potenziali che ha, ma che non ha mai utilizzato in modo positivo. Possiamo pensare al “potere personale”, alle sue risorse sia razionali che intuitive. Ci sarà però anche bisogno di trovare “motivazioni vere”, perché solo quelle potranno ridargli forza e orientamento dopo essersi reso conto che la via seguita fino a quel momento lo aveva portato sull’orlo della distruzione.

Infatti, la crisi porta sempre alla scoperta di parti importanti come la forza e il potere personale.

Pinocchio si rende conto che nessuno potrà aiutarlo e che dovrà far leva sulle sue sole forze per trovare una soluzione e non “regredire del tutto”: essere ingoiati, vuol dire stare dentro ad un ventre, rischiare veramente di non individuarsi, di non vedere la luce e di perdere la battaglia per la rinascita; da quella situazione bisogna uscire con un atto di volontà e di forza e, il nostro eroe, lo capisce benissimo.

Il fatto che il padre non può aiutarlo indica anche una fase in cui è chiamato a far leva sulle sue sole risorse e non su quelle del passato; è la nuova legge che deve vincere e trovare la forza per imporsi.

Pinocchio qui trova veramente sé stesso e, a quel punto si carica il padre in spalle e nuotando senza tregua lo porta in salvo.

Possiamo vedere in questo tratto della fiaba un vero e proprio passaggio generazionale: prima era il padre a salvare il figlio; poi il figlio è cresciuto ed è in grado di assumersi le sue responsabilità; simbolicamente diventa conscio e adulto ed in quel momento anche il collettivo (PADRE) è salvo proprio perché l’individuo (FIGLIO) è pronto a fare la sua parte e a portare il nuovo nel mondo. Il fatto però che Pinocchio si carichi il padre sulle spalle indica anche che sarà in grado di trattenere ciò che è utile della storia e del collettivo, pur dando vita a sé stesso. Non rinnegherà tutto il precedente, ma guarderà avanti pur sapendo che ha radici solide che giungono dal passato.

 

LA TRASFORMAZIONE – L’EROE SI COMPIE

Dopo quello che è accaduto, Pinocchio può avviarsi verso la realizzazione di sé: piena, meritata e chiara. Simbolicamente, a questo punto, la fata lo trasforma in un bambino vero come era suo desiderio da tanto tempo.

La trasformazione avviene come effetto visibile esterno, Pinocchio si trasforma in bambino. La vera trasformazione è quella psicologica, interna, il soggetto assume consapevolezza di sé e rinasce a vita nuova.

 

Questa fiaba ci fa riflettere sul processo di individuazione per ciascuno: ogni volta che affrontiamo il buio, la discesa nel nostro inconscio, ci dobbiamo liberare e spogliare del superfluo per divenire uomini, per arrivare alla verità di noi.

Non dimentichiamo che la fiaba è terapeutica perché l’individuo trova le proprie soluzioni meditando su quanto la storia sembra implicare nei suoi riguardi e circa i conflitti interiori presenti in quel momento della sua vita.

 

E per concludere riflettiamo su quanto afferma C. G. Jung:” Non si trasforma nulla che prima non sia accettato”.

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