Allegato alla Lectio del 19 Gennaio 2014

La preghiera

A seconda dell’idea che si ha della preghiera può considerarsi facile o complessa la sua pratica.

E’ più facile, per esempio, fare certe preghiere vocali personali, pregare a voce spiegata in comunità, avere una comunicazione con Dio che equivalga, in un certo modo, al parlare in pubblico con il proprio amato.

Certamente tra due amanti che siano tali, anche in pubblico, si percepisce l’intimità e così basta uno sguardo per intendersi, per riaccendere l’amore.

Una coppia che non faccia tuttavia realmente esperienza d’intimità, che non cerchi spazi e tempi per dimorare nel cuore l’uno dell’altra e scambiarsi il nettare della vita (idee, sentimenti, percezioni, silenzi…), non potrà manifestare nessuna intesa all’esterno.

Con il Signore è lo stesso.

Se alla preghiera suddetta non corrisponde una esperienza di Dio il rischio è che ci si fermi sempre ad una relazione superficiale, incapace di intessere della  propria bellezza, tipica d’ogni amore, la trama del vissuto quotidiano.

Ma come fare ESPERIENZA DI DIO?

Il mistico è proprio l’artigiano di tale esperienza, artigiano e non operaio salariato, poiché la preghiera non è un do ut des, come non lo è l’amore quando è autentico.

L’artigiano è un creativo ma allo stesso tempo è ben ancorato alla realtà, sa che il suo operato non sarà senza fatica e perciò si arma di pazienza e buona volontà.

Per fare esperienza del Signore occorre un cuore aperto al nuovo di Dio, ma altresì fermezza.

La preghiera non può essere un piacere/dovere che ci si concede ogni tanto: bisogna pregare sempre. San Paolo ammonisce “incessantemente” (1Ts 5, 16).

La preghiera deve essere perseverante: anche quando siamo pigri non dobbiamo abbandonarla.

Così come non si abbandona il dialogo col proprio sposo, anche diversamente articolato, allo stesso modo non bisogna abbandonare Dio.

La preghiera deve inoltre utilizzare lo strumento di  un metodo.

Come l’artigiano non può scavare il cuore del legno senza i suoi arnesi così il credente non può fare a meno di un po’ di tecnica per avviarsi alla preghiera.

Questo potrà far storcere il naso a molti, poiché si potrà obiettare che la preghiera sia un dono della grazia. Ma se è vero, come è vero, che la grazia suppone la natura, è questa natura umana che dobbiamo aiutare a farsi docile nei confronti della grazia. Mariano Ballester[1] afferma che il ruolo del metodo è quello d’insegnarci ad aprire la porta a Colui che bussa. Dunque, posizione del corpo, luogo, atmosfera, silenzio e concentrazione sono una sorta di porta aperta a Dio che nella preghiera viene a visitarci.

“Se il Signore non costruisce la casa invano faticano i costruttori” potrebbe essere, in questo caso, tradotto con la celebre affermazione di Sant’Ignazio di Loyola, il quale consigliava di compiere ogni cosa come se tutto dipendesse da noi, sapendo tuttavia che ogni cosa dipende da Dio.

 

Il corpo e la preghiera

 

Siamo una unità di corpo, anima e spirito, per cui se il corpo, nella preghiera, non ha una posizione consona a quello che lo spirito fa in quel momento, sarà difficile pregare davvero.

Sarà una lotta schizofrenica!

Esistono diverse posizioni corporee che aiutano la preghiera e ciascuno può trovare la sua.

E’ importante tuttavia che tale posizione sia un armonioso equilibrio: tutto deve ruotare attorno al baricentro nello spazio ventre-bacino. E’ questo il punto di equilibratura del corpo intero (Hara per i giapponesi).

Tenendo presente questa essenziale premessa, vediamo le posizioni più conosciute.

 

IN PIEDI. I giudei, di conseguenza anche Gesù di Nazareth, generalmente pregavano in piedi.

Questa posizione implica prontezza nell’ascolto e disponibilità nel compiere la volontà di Dio in maniera responsabile. Da adulti.

LE BRACCIA possono stare in differenti posizioni:

  • allargate e stese in avanti: atteggiamento ricettivo;
  • aperte, in forma di croce: esprimono disposizione e prontezza;
  • raccolte sul petto assieme alle mani: sono espressione di raccoglimento, intimità.

GLI OCCHI possono restare:

  • chiusi: ciò indica già di per sé raccoglimento;
  • socchiusi: se la prima variante sollecita troppo l’immaginazione;
  • aperti e rivolti in un determinato punto (un’immagine sacra, una candela ecc.)

L’immobilità oculare aiuta la quiete interiore.

 

SEDUTI. Questa posizione ha diverse varianti.

Ci si può sedere su una panca, appoggiandosi alla spalliera e lasciando cadere morbidamente le mani sulle cosce, con i palmi rivolti verso l’alto (accoglienza) o verso il basso (interiorizzazione).

Esiste inoltre la cosiddetta posizione del loto, nota nello yoga, che vede il soggetto seduto per terra – o su di un cuscino – a gambe incrociate e con le braccia e le mani sulle cosce.

Questa posizione è importante perché permette alla colonna vertebrale di far perno esclusivamente sul proprio Centro (di cui parlavamo più sopra) e ciò non è senza ripercussioni su tutto il Cammino.

Si può inoltre sedere nel modo chiamato carmelitano: in ginocchio, seduti sui talloni, con le punte dei piedi lievemente giunte e i talloni un po’ divaricati.

Le braccia devono cadere liberamente, con le mani appoggiate sulle cosce (esiste un panchetto che aiuta a tenere questa posizione!).

Tale posizione indica umiltà, accoglienza, disponibilità.

 

PROSTRATI. La prostrazione per terra è la posizione di massima umiltà  e, di conseguenza, indica e stimola l’adorazione più profonda.

a La posizione scelta deve risultare comoda, ci si deve sentire a proprio agio: ciò sarà segno che si è ottenuta una buona distensione muscolare e nervosa.

 

 

Il luogo della preghiera

 

Quando ci si è “allenati” molto nella preghiera è possibile che il cuore preghi anche in mezzo al mercato… ma solitamente è necessario un luogo che ci aiuti a raccoglierci in preghiera.

Scegliamo allora l’angolo giusto di una cappella, di una chiesa.

Tuttavia, se ne abbiamo la possibilità, è bene che ci creiamo un angolo di preghiera in casa, nella stanza a noi più intima.

Un tappeto, un cuscino, un’immagine sacra, una candela… ognuno può crearlo come crede.

E’ importante avere questo riferimento concreto nella propria abitazione.

Attendere che Dio venga a noi nella preghiera in un luogo che ci aiuti a pregare non è cosa da poco.

 

Il tempo della preghiera

 

Ognuno può scoprire qual è il momento della giornata più adatto alla preghiera. Notare che stiamo parlando della “preghiera personale”, non della Liturgia delle Ore che ha i suoi tempi ben scanditi.

Il mattino presto va bene per chi ha la personalità dell’allodola e si sveglia già fresco e pronto alla giornata. Chi non avesse queste caratteristiche meglio che rinunci al mattino come tempo per la preghiera personale, perché questa gli risulterà difficile e a poco a poco la abbandonerà.

Il primo pomeriggio, fatta eccezione per i casi in cui si è mangiato troppo, è un buon tempo, così come la sera, quando tutto è più calmo e il giorno ha smesso ormai i suoi panni da lavoro. Salvo il va e vieni di tutta la famiglia riunita! J

C’è poi chi, avendo una costituzione del tipo gufo, alla sera è così ben desto da potersi concedere un tempo notturno di preghiera personale.

A ciascuno il suo tempo…

 

Un po’ di tecnica

 

Siamo nel luogo della preghiera, nel momento della giornata che abbiamo scelto, nella posizione corporea che più si adatta a noi… ma ciò non basta.

Quando cerchiamo la concentrazione una marea di pensieri e immagini cominciano ad affollare la nostra mente e ci distraiamo con molta facilità.

E’ così difficile svuotare la mente! Siamo così abituati a pensare che neanche ce ne accorgiamo mentre lo facciamo.

Quando si cerca il silenzio interiore il più delle volte si comincia una lotta svilente contro i pensieri, con il rovinoso esito di “pensare a non pensare”! J

La cosa più saggia da fare allora, è lasciar scorrere i pensieri, lasciarli scivolare come una corrente d’acqua che è lontana da noi e non può bagnarci. Una corrente da offrire a Dio.

Pensieri ed emozioni, tutto ribolle dentro noi quando vogliamo entrare in preghiera.

In realtà è che solo in quel momento ci stiamo davvero ascoltando, stiamo ponendo attenzione al nostro universo interiore. Pensieri ed emozioni erano in noi già prima, ora li stiamo guardano in faccia.

Dunque nessuna guerra, sarebbe uno sforzo vano.

Piuttosto accettiamo questa realtà, nella pace, ponendola nelle mani del Signore e, poco alla volta, non sarà più un ostacolo alla concentrazione.

Una posizione corporea adatta, come già detto, aiuta molto.

E’ importante inoltre porre attenzione al nostro RESPIRO.

Ascoltiamo il nostro respiro senza forzarlo.

Il respiro ci nutre, dona energia vitale a tutto il nostro essere. “Solo il simile conosce il simile” (Origene), così il nostro respiro ci aiuta ad entrare nel Respiro di Dio: a porre il nostro spirito nel Suo Spirito.

E’ un va e vieni dolce. Come la brezza del giardino dell’Eden, descritta nel mito biblico della Creazione, al cui soffio l’Uomo incontra il suo Dio.

Al respiro, gradualmente, aggiungiamo un MANTRA, una frase, una parola che ci permetta di raccoglierci in Dio.

Come dimostrano numerosi studi le parole hanno la capacità di mutare, con le loro vibrazioni, la materia.

Sono da prediligere frasi e parole brevi, delle grida d’amore, che non diano troppo spazio alle argomentazioni e permettano al centro del nostro essere, il Cuore nell’interpretazione biblica, di mirare dritto al Signore.

Personalmente – e le mie parole trovano conferma in trazioni secolari – ho sperimentato la forza e la bellezza della Preghiera del Cuore, detta anche di Gesù.

Essa si modula sulla ripetizione dell’invocazione: <<Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!>> o invocazioni simili.

b La ripetizione, modulata con il respiro, non deve stancarci perché porta presto i suoi frutti.

 

Non pretendiamo una subitanea familiarità con il silenzio. Ad esso ci si educa.

Dobbiamo aiutare la nostra natura affinché la grazia possa essere in essa accolta.

E anche dopo anni di esperienza non illudiamoci di poter fare a meno di un po’ di tecnica. Ricordiamoci che, nella vita mistica, se non si progredisce si regredisce.

Il Signore Dio si da a noi come e quando vuole, anche in mezzo alla folla e alle occupazioni quotidiane, ma siamo noi sempre vigili per accoglierlo?

Dio desidera SEMPRE  porre la Sua dimora in mezzo a noi. Ogni istante è per Lui l’Ora della salvezza. Tuttavia la nostra Attenzione è spesso malata, distratta.

Agostino d’Ippona affermava: <<Temo che il Signore passi ed io non me ne accorga>>.

Occorre capacità di meraviglia, forza di volontà, umiltà vera e tanta gratitudine per crescere nella Attenzione alla Presenza di Dio.

Di preghiera in preghiera, se il Signore lo vuole, saremo condotti alla preghiera profonda che è l’incontro silenzioso con Dio-Sposo dell’Umanità-sposa, in cui io – così come sono – dimoro in Dio e Lui – così come sono – dimora in me.

Allora saremo consapevoli di essere, da sempre, una incoabitazione trinitaria.

 

 


[1] M. BALLESTER, Figli del vento, San Paolo, Milano 1998.

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