Betania in Quaresima (n°42 anno 2012)

 

Carissimi amici,

la liturgia dell’anno B ci offre la lettura del vangelo di Marco.

Considerato una delle maggiori fonti di tutti i vangeli, a Marco spetta anche l’invenzione dello stesso genere letterario “Vangelo”.

La caratteristica di questa piccola perla della Scrittura che più salta agli occhi è il cosiddetto segreto messianico: il progressivo svelamento dell’identità del Cristo.

Marco parte subito con la narrazione di ciò che, con Giovanni Battista, preparerà il ministero di predicazione di Gesù. Pian piano, attraverso opere e parole, l’identità messianica di Gesù viene svelata: al centro dello scritto (cap. 8,27-30) Pietro affermerà che il Nazareno è il Cristo ovvero l’Unto, il Messia. Tuttavia è solo al termine del vangelo che, nel racconto della Passione, sarà pienamente svelata l’identità di Gesù, Uomo-Dio. Alcuni studiosi considerano quello di Marco addirittura un ‘racconto della passione con un lunghissimo prologo’.

E’ infatti il paradosso della croce che più di tutto rivela all’umanità chi è Gesù di Nazareth.

La croce che congiunge la terra al cielo è il nuovo patto, la Nuova Alleanza che Dio fa con l’uomo nell’umanità di Gesù Cristo.

Nella Passione e Resurrezione di Gesù il credente non solo conosce l’identità del Cristo, ma anche la sua vera identità, nel segno di una relazione profonda, di una Alleanza.

 

a In ascolto

Le letture che vengono proposte alla nostra meditazione nel tempo di Quaresima ci introducono proprio nel grande mistero dell’Alleanza che il Signore ha da sempre cercato con gli uomini.

Nella I domenica sia la lettura tratta dalla Genesi (Gn 9, 8-15) che il vangelo (Mc 1, 12-15) ci narrano l’esperienza di un vuoto: un deserto di acque e un deserto di sabbia.

Il diluvio giunge su una umanità svuotata della sua verità, della sua bellezza, una umanità lontana dal suo nucleo originario, ovvero Dio. E se, come afferma Thomas Merton “le cose che amiamo ci dicono quello che siamo”, l’identità dell’uomo all’epoca di Noè – mitica per ciascun uomo – non è più somigliante al suo Creatore.

I quaranta giorni di diluvio, allora, non sono che la manifestazione esteriore di un vuoto interiore che sommerge l’umano fino a farlo perire. Ma anche quaranta giorni straordinari per riportare l’umanità al suo terreno originario: la somiglianza con Dio, la ritrovata Alleanza. Con tutto ciò che questo comporta.

E così, e ancor più profondamente, i quaranta giorni di Gesù nel deserto, di cui ci da notizia il vangelo, ridisegnano il volto di ogni uomo, la sua esperienza nel mondo, il suo percorso per ritrovare la strada verso il Padre.

Il deserto come nulla dato dalla disperazione umana è stato condiviso da Cristo che ne ha fatto un luogo di incontro, di ritrovata armonia con la propria carne, con le creature, con Dio.

Gesù viene a fare del vuoto un campo di desiderio. Una possibilità.

Nella II domenica il vangelo della Trasfigurazione (Mc 9, 2-10) ci da in un sol colpo il gran finale della vicenda umana.

L’esperienza taborica – segno di massima unione con Dio presso i nostri fratelli ortodossi – ovvero la consapevolezza della presenza della luce divina che ci abita e ci avvolge, pare sia una prerogativa relegata alla sfera dei mistici.

Qui ci sarebbe da dir molto su chi è il mistico, ma ci basti ricordare che ciascuno di noi è chiamato a fare esperienza di Dio. Nel corpo, nella mente, nello spirito.

In questa domenica ci viene ricordata la mèta. L’Alleanza ritrovata con il Signore richiama in noi il più alto anelito alla gioia e alla vita. Spesso il viola quaresimale ci fa dimenticare che è la Luce che cerchiamo, pur in una esperienza di tenebra, e non il vittimismo passionale di un certo devozionismo che mortifica il vero desiderio di Dio.

La liturgia della Parola della III domenica la potremmo intitolare ‘Il mercato della fede’.

La prima lettura tratta dal libro dell’Esodo (Es 20, 1-17) offre alla nostra meditazione le Dieci Parole donate dal Signore ad Israele. Esse sono una strada di vita e non dei paletti posti ai margini del cammino così da limitare la nostra libertà. Tuttavia spesso, considerate da noi cristiani I Comandamenti, con tutto il tono giuridico possibile che tale espressione comporta, sono state trattate alla stregua di una merce di scambio: io osservo I Comandamenti uguale (in senso matematico!) Dio osserva la mia volontà.

Sulla fede come compravendita ci da luce il vangelo, di Giovanni questa volta (Gv 2, 13-25).

Gesù irrompe nel tempio, casa del Padre, e né i suoi modi né i suoi toni sono miti.

‘… non fate della casa del Padre mio una casa di mercato’ (v.16) afferma dopo aver cacciato fuori i cambiavalute e gli animali con una sferza di cordicelle che si era fatto e dopo aver gettato a terra i banchi del commercio. Una scena fantastica, che ci piace tanto e dice molto sulla forza di carattere di Gesù. Una scena che dovremmo avere alla mente anche in questo tempo quaresimale quando con i nostri ‘fioretti’ vorremmo corrompere la benevolenza divina, invece che cercare, magari anche attraverso di essi, di ritrovare l’Alleanza perduta con Dio.

Un tale atteggiamento del Cristo inoltre dovrebbe dirci molto di più circa il nostro modo di stare al mondo. Quanto abbiamo ricevuto in dote dal Signore, come dono gratuito del Suo patto d’amore, non può essere in alcun modo oggetto di mercato: noi stessi siamo Suo tempio.
Troppo spesso facciamo di noi triste scambio! Sul lavoro, in famiglia, nelle realtà ecclesiali, lasciando che la verità che portiamo dentro sia offuscata dal venire a patti con la mediocrità.

Per la IV domenica vi invitiamo a soffermarvi nella meditazione del Salmo 136 che, offertoci dalla Liturgia, ci porta nella condizione dell’esiliato.

I Salmi nascono dalla quotidianità dell’autore che spesso si fa anche portavoce del popolo, ma si allargano ad una lettura oltre le contingenze storiche proprio perché, in quanto Parola di Dio, sono attuali e parlanti. La Parola, lo abbiamo spesso ripetuto, è il roveto che arde senza consumarsi mai.
E allora cosa dice a noi, oggi, questo Salmo?

Lontano dal Signore e dalla relazione d’amore (Alleanza) con Lui siamo come in terra straniera, incapaci di gioia – espressa dall’azione del canto -. Solo il ricordo di Dio rinnoverà la gioia nel cuore dell’umanità, un ricordo che non è azione mentale ma discesa nelle profondità di sé, lì dove abita la divinità.

E alla dimensione del cuore, biblicamente inteso come centro dell’essere, ci richiama anche la meditazione della Parola della V domenica.

E’ il profeta Geremia (Ger 31, 31-34) questa volta a permetterci di comprendere quale Alleanza il Signore viene ad offrirci: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (v. 33).

In realtà occorrerebbe, e ciascuno può farlo oltre il tempo della Liturgia domenicale, meditare su tutta la sezione di Geremia definita Libro della consolazione (capp. 30 e 31), in cui il richiamo all’esilio dal Signore e al ritorno a Lui è costante.

“Innalzate canti di gioia… ecco li riconduco… li riporterò tra le consolazioni” (31, 7. 8.9b), un versetto che si oppone all’impossibilità di gioire dichiarata dal Salmo 136 della domenica precedente.

E poi un bellissimo versetto, illuminante quanto misterioso: “Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo” (31, 22). Il profondo, simboleggiato dal femminile, il cuore di cui sopra, cingerà il maschile che si ricorderà d’aver impresso in sé la legge divina e di doverne solo prendere coscienza. I concetti di maschile e femminile sono qui inerenti a tutta l’umanità, come spesso abbiamo detto citando l’interpretazione biblica della mistica ebraica.

Il cuore dunque, nei giorni in cui lasceremo che il Signore faccia Alleanza con noi, sarà l’abito che porteremo e che farà di noi la sposa di Dio.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

“Il posto dell’uomo è Dio”, afferma Ruperto di Deutz. Lontano da Lui è terra d’esilio.
Il Signore non ha mai smesso di offrirci la Sua Alleanza, lo ha fatto fino all’estremo limite della croce, senza misura. Non ha calcolato quel che portavamo noi nel patto d’amore, nell’alleanza nuziale: la dote l’ha messa Lui, completamente. A noi ha chiesto solo d’aprire il cuore.

Lasciamoci interrogare da una domanda di M. Buber, presentata nel testo Il cammino dell’uomo: “Dove sei nel tuo mondo?”.

Qual è il nostro posto? Come viviamo il nostro posto? …

 

a Per pregare insieme

In questo tempo cerchiamo di ritagliarci degli spazi di silenzio per lasciare a Dio la possibilità di riprendersi il nostro Centro.

 

 

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