n°38 anno 2011

Carissimi amici,

in questo numero del nostro Foglio di collegamento presteremo attenzione ai vangeli delle quattro domeniche di febbraio e a quello della prima domenica di marzo, che precede l’inizio del tempo di Quaresima.

I testi su cui offriamo a voi e a noi stessi delle pietre di guado vanno dal capitolo 5 al capitolo 7 del Vangelo secondo Matteo e fanno parte del cosiddetto discorso della montagna.

In essi sono tratteggiate le caratteristiche del credente cristiano.

Su queste mediteremo insieme.

 

a In ascolto

Quando s’intende attualizzare un brano biblico è necessario prima comprendere l’orizzonte della sua originaria comunicazione, ragion per cui è doveroso premettere quali siano i destinatari del lavoro di Matteo in modo da comprenderne le scelte redazionali.

Matteo scrive ad una comunità formata da giudeo-cristiani e pagano-cristiani.

La tendenza dei primi è di dare una grande enfasi alle Legge mosaica (cfr. il tema della circoncisione in At 15,1) con il pericolo di intendere  il cristianesimo semplicemente come un sentiero giudaico. La propensione dei secondi  è invece di affermare a tal punto la libertà dalla Legge da rischiare di respingere in blocco la spiritualità giudaica.

Da un lato s’intende la fede come una semplice esecuzione di norme e dall’altro la si vive soprattutto come un’immersione in esperienze carismatiche.

Matteo dunque sceglie le parole del Maestro più adatte a richiamare, la comunità a cui scrive, alla sua vera identità.

Tutti e tre i capitoli presentano Gesù seduto sul monte ad insegnare.

Il monte è, come oramai sappiamo, la cifra geografica delle manifestazioni di Dio. Lì dove Dio si rivela è sempre rivelata all’uomo la sua stessa identità.

Gesù insegna: letteralmente “segna dentro” i suoi ascoltatori. Scolpisce gradualmente in loro il cammino verso la Somiglianza.

Nella prima domenica leggeremo Mt 5, 13-16.

Gesù afferma che l’Uomo è sale e luce.

Il sale è ciò che esalta il sapore dei cibi ed è l’immagine del germe del regno di Dio in terra.

Se la terra non portasse la promessa del Regno non avrebbe sapore.

Di conseguenza più siamo sale, ovvero più permettiamo al regno di Dio di rivelarsi, più siamo luce “nella casa” (v. 15), quindi somiglianti a Dio, portatori dello splendore dei cieli in terra.

Fare spazio al ‘sapore di Dio’ nelle cose quotidiane ci permette di rischiarare gradualmente le tenebre che sono in noi e nell’altro e di divenire dei trasfigurati dalla luce, degli dèi.

Un’esperienza che raggiunge l’Uomo nella sua interezza di corpo, anima e spirito, non estranea, per esempio, a molti santi della Chiesa ortodossa.

Nella seconda domenica ascolteremo Mt 5, 17-37.

Rispetto alla Legge Gesù si pone non come colui che intende abolirla, bensì come colui che vuole portarla a compimento, verso una giustizia che integra e supera la legge del taglione.

Va fatta una premessa: per alcuni esegeti la parola “taglione” sembra non essere di origine ebraica ma latina ed indicherebbe le tavole della Legge; altri invece sostengono che derivi dalla parola ebraica tagmul che significa beneficio, retribuzione.

Nella cosiddetta legge del taglione non vi era alcuna idea di vendetta, ma una semplice constatazione: il male fatto all’altro da se è un male fatto a se stessi poiché l’Uomo è uno.

L’intento di Gesù in questo brano non si discosta dall’insegnamento di alcuni dei grandi profeti. Il richiamo è ad una osservanza della Legge a partire dal cuore.

“Avete inteso che fu detto: non uccidere… ma io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello sarà sottoposto a giudizio” (vv. 21-22).

Le dieci parole date a Mosè, lungi dall’essere delle semplici norme di convivenza civile, erano un richiamo all’ontologia, ovvero alla verità della natura umana. Non comprendendole fino in fondo l’Uomo ne ha fatto lo steccato ipocrita tra il bene e il male, il puro e l’impuro.

Gesù richiama il credente all’intima verità della Legge, al rispetto dell’Umanità fin nei più piccoli dettagli della vita quotidiana, quelli che fanno un’esistenza intera e costruiscono ciò che siamo.

Se non abbiamo ucciso qualcuno con le nostre mani, ma lo abbiamo fatto con il nostro cuore non siamo giustificati dal significato letterale della Legge.

La terza domenica ci pone davanti il vangelo di Mt 5, 38-48.

Una pagina questa non semplice ma fondamentale. Vi è il richiamo a non opporsi all’avversario ed in ultima analisi ad amare chi ci avversa. Qual è il senso di questa pagina? Forse in essa Cristo ci insegna ad essere pavidi, ad amare il quieto vivere?

Tutt’altro. Porgere l’altra guancia significa lasciare emergere un altro lato di sé.

La sofferenza non è ontologica, è un male, ma può diventare sacra se la riconduciamo al suo carattere di prova. La prova è ontologica perché ci permette, una volta superata, di giungere ad una nuova consapevolezza. Arrivare ad amare ciò che ci ostacola è integrare la propria ombra.

Un cammino duro, ma possibile.

Nell’ultima domenica di febbraio leggeremo la meravigliosa pagina di Mt 6, 24-34.

Il credente cristiano è estraneo all’affanno della ricchezza. Per vocazione e scelta.

Sa che il Signore provvederà a tutto ciò di cui ha bisogno.

Se egli cercherà il regno di Dio, ci dice il vangelo, il resto gli sarà dato in aggiunta.

Come a dire che se avrà guadagnato la sua anima, rendendo a Dio ciò che è di Dio, dentro come fuori nulla mancherà.

Nella prima domenica di marzo il vangelo è quello di Mt 7, 21-27.

Non chi invoca il Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre. Egli sarà come una casa costruita sulla roccia che niente e nessuno potrà abbattere.

Spesso pensiamo che una fede fatta di preghiere vocali e partecipazione ai riti possa meritarci il cielo, ma Dio ci ricorda che solo nella Sua volontà sarà la nostra pace.

Quando l’ascolto della sua Parola sarà un tutt’uno con il fare della nostra vita, saremo noi la casa di Dio.

 

Il credente cristiano dunque è sale e luce, pronto ad esporre il proprio cuore alla Luce di Dio, a ritrovare la sua verità nella prova, ad abbandonarsi definitivamente nel Signore e nella Sua Parola.

Uno uomo e/o una donna in cammino verso il compimento, la santità possibile.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

La manifestazione pubblica di preghiere vocali, la partecipazione ai riti e certe passioni per le esperienze carismatiche (quali visite a Santuari e luoghi di presunte o reali apparizioni di Santi e Madonne) sono una sorta di carta d’identità del credente. Non dicono quasi nulla.

L’identificazione a Cristo va oltre e s’addentra nel cuore della nostra esistenza.

Sono io un cristiano da carta d’identità (tale per forma) o un cristiano dell’identificazione (tale per il ri-cor-do di Dio – per il dare continuamente il cuore a Dio -)?

 

a Per pregare insieme

In questo mese vi chiediamo di fare un piccolo esperimento per favorire la memoria di Dio durante la vostra giornata, cioè di portare in tasca una pietra.

In ebraico pietra si dice eben, parola che si scrive con tre lettere: alef, bet, nun.

Le stesse lettere si possono combinare in alef e bet e formare la parola Av, cioè padre, e con bet e nun così da formare Ben, cioè figlio. Eben risulta quindi dall’incastro di Av e Ben, di Padre e Figlio.

La pietra è dunque simbolo di legame e memoria della figliolanza divina.

 

APPUNTAMENTI DEL MESE

 

a Il 13 marzo ore 16.00, in via Sr M. Bolzacchi, 14 – Maschito (PZ) – inizia ‘La scrittura della luce. Corso di fotografia’ tenuto dal prof. Vincenzo Nesta.

Buon cammino!

 

 

https://antoniomarianna.wordpress.com/

 

http://www.facebook.com/pages/Betania-Unum-loquuntur-Omnia/119437561450640

 

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