Betania n°34 anno 2010

Carissimi amici,

il mese di Novembre è solitamente caratterizzato da una riflessione sul senso ultimo delle cose.

L’anno liturgico è al termine e siamo nel cuore dell’autunno, la stagione per eccellenza della mutazione. La terra si trasforma e lì dove sembra esserci la morte della natura, si prepara in realtà la matrice di una nuova nascita.

La meditazione sulla morte è stata ciò che nei secoli passati ha caratterizzato maggiormente la spiritualità cristiana: ricordare il termine della vita poneva in luce l’aspetto penultimo di tutte le cose.

Oggi è ancora così?

Sì e anche no.

E’ vero che veniamo nudi al mondo e nudi ritorneremo alla madre terra e che il cristiano è disponibile a lasciarsi spogliare di tutte le aderenze inautentiche per concentrarsi sull’essenziale, ma “non è la realtà ultima legata alla pen-ultima e da qui giù giù fino all’ultimo granello di sabbia?

La realtà ultima è così estranea e trascendente, così interamente altra da non avere alcuna relazione con gli sforzi terreni dell’uomo?”.[1]

Se un tempo l’atteggiamento del cristiano era concentrato sul sovrastorico, sull’eterno, sul perenne, oggi vi è una coscienza transtorica della realtà: nel tempo e attraverso il tempo l’uomo può scoprire la pienezza dell’essere.

Il simbolo (sin-ballein: mettere insieme, unire) cristiano per eccellenza di questa coscienza è la Trasfigurazione: in essa è il massimo esempio di sacra secolarità, ovvero di quella capacità di vedere nel quotidiano il sacro.[2]

Ciò non dovrebbe far storcere il naso a nessuno, visto che è stato proprio Nostro Signore ad abbattere la separazione tra sacro e profano. Tuttavia sappiamo bene che la tendenza a dividere (dia-ballein) non è poco diffusa soprattutto nei nostri ambienti latini, dove ancora si adopera la terminologia “seguire da vicino Cristo” per i religiosi che hanno “abbandonato il mondo” e l’affermazione velatamente contraria per i laici.

Dunque, in questo mese, lasciamoci mutare dalla sacra secolarità, che più che farci riflettere sulle cose ultime, ci apre un varco nell’interiorità, luogo della memoria del Fine di tutte le cose.

 

In ascolto

Il mese inizia con la solennità di Tutti i Santi la quale richiama molto la Trasfigurazione, poiché santi sono coloro che fanno spazio a Dio nei loro giorni, nelle loro ore, e gli permettono di abitare ancora la terra.

Il vangelo di questo giorno (Mt 5, 1-12a) è quello delle Beatitudini. Basterebbe leggere e rileggere lentamente questa pagina, fino a farla entrare nel più profondo dell’essere, per sentire tutta la capacità trasformatrice di queste parole di Cristo!

Esse non sono un giudizio sull’operato dell’uomo, ma l’annuncio di ciò che Dio fa nell’uomo.

Per esempio: “Beati voi quando vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia (…), esultate”, ovvero riconoscete d’essere nel cammino dell’esodo che vi conduce dalla schiavitù della fama, alla verità di voi stessi che Dio ha seminato in voi.

In ogni beatitudine cerchiamo l’opera di Dio nella nostra storia.

Nella I domenica di Novembre ascolteremo un vangelo molto particolare (Lc 20, 27-38), quello in cui, in una discussione circa la resurrezione dei morti, viene presentato a Gesù il caso di una donna che è stata “presa” da sette mariti, senza che nessuno abbia potuto “suscitare discendenza”.

La domanda degli interlocutori sadducei è: “di chi sarà moglie questa donna nella resurrezione?”.

Gesù risponde: “I figli di questo secolo sposano e sono sposati. Ora quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo e la resurrezione dei morti, né sposano né sono sposati. Infatti neppure possono più morire”.

Cosa vuol dire, che forse gli sposi in paradiso saranno degli estranei?

No.

Contestualizziamo e cerchiamo poi anche di andare oltre il contesto.

La Legge di Mosè prevedeva alcune norme tese a garantire a ogni maschio la discendenza, in modo che i padri avrebbero potuto vedere, attraverso gli occhi dei figli, il Messia atteso.

Questa discendenza aveva, come è ovvio, anche valore di conservazione della specie, dava vita a chi poi moriva. Il nome resisteva nei figli!

Andiamo più a fondo.

Il nome più importante, per gli Ebrei, in realtà, non è quello legato al clan familiare, ma il Nome di Jhwh, il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe. Ciò sarà richiamato dai profeti come un ritorno al cuore.

In questa ricerca di suscitare una discendenza da parte dei sette fratelli possiamo vedere un tentativo, miseramente fallito, di fare all’esterno ciò che invece doveva principalmente essere compiuto all’interno. “Prendere” moglie non suscita vita poiché ciò che si intende generare sono “mortali” che con la loro esistenza protestino contro la morte.

“Suscitare discendenza” è, in un senso più profondo, lasciare che il Nome di Dio raggiunga la Sua piena maturazione nella nostra vita e in quella di quanti ci vengono donati. Mutare, attraverso le nozze con l’altro da me, il diverso, vuol dire lasciare che Dio sia generato in noi.

Nella Resurrezione, afferma il Cristo, la maturità umano-divina è compiuta, perciò non ci si sposa più, ovvero non si ricerca la vita perché si è nella Vita.

Questa pagina ci permette anche di dire che le nozze cristiane non sono salvaguardia della specie, ma specifico sacramento dell’epifania del volto, dunque non saranno più necessarie – ugualmente come non sarà necessaria la forma della vita religiosa – quando tutto e tutti saremo nella visione del Volto di Dio, che i nostri volti ci hanno ricordato per tutta la vita.

Ma se ciò che resta, alla fine, è l’amore, questo – siamone pur certi – non passerà.

Nella II domenica il vangelo di Luca (Lc 21, 5-19) ci presenta una pagina apocalittica, termine che non ha come sinonimi distruzione e morte, ma che vuol dire rivelazione (dal greco apokalyptein= rivelare).

Nel vangelo in questione Gesù mette in guardia i discepoli sulla caducità delle cose che ora ammirano, come ad esempio l’imponente Tempio di Gerusalemme, vanto d’ogni pio ebreo.

I discepoli sono desiderosi di conoscere i segni della fine, il quando, ma Gesù li invita ad un altro tipo di attenzione: “Attenti a non essere ingannati, poiché molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono! (…) non andate dietro loro”.

Cosa vuol dire?

Nelle vicende della vita, non sempre facili e prive di sofferenza, si è spesso tentati di prendere delle scorciatoie, che ci diano l’illusione di un raggiungimento più sicuro e più immediato della pace, della serenità, della salute.

Lasciamo che altri cavalchino sulle nostre teste: che sia la famiglia, i parenti, gli amici, seguiamo una strada che non ci appartiene. L’Io sono che ci da vita e ci conserva nell’esistere non è quello del nostro profondo divino, ma della logica corrente, del facile guadagno, dell’approvazione pubblica.

E’ la storia di sempre… per diventare dèi, diamo retta a chi Dio non è!

Dimentichi del Fine, andiamo dietro a maschere, lasciamo che le cose smettano d’essere Parola e divengano inganno.

Ma Gesù afferma: “Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite”.

Tutto può essere distrutto: le guide che ieri ci sembravano le più sicure, i valori che credevamo i più stabili e duraturi, le nostre personali sicurezze!

Ma l’Io sono, Dio in noi, Colui di cui parlano tutte le cose, non può essere distrutto e afferrati da questa verità abbiamo fede che neppure un capello del nostro capo perirà (Cfr. v.18).

Nella III domenica di Novembre, solennità di Cristo Re, il vangelo di Luca (Lc 23, 35-43) ci da l’immagine più eloquente di quanto possa costare lasciare spazio all’Io sono in noi fino a divenirlo compiutamente, quanto entrare nella storia, nelle cose, nella quotidianità sia imprescindibile dal cammino per divenire dèi, secondo la nostra natura.

Cristo è in croce e viene deriso poiché avendo salvato-sanato molti, ora non è capace di salvare se stesso da una morte così atroce e ignominiosa.

Oltre alla derisione ci sarà stato anche lo sbalordimento dei Suoi, nel vedere il Maestro fare quella fine… è così per chiunque veda il proprio maestro alla stregua di ogni altro uomo…

Ma la lezione è la più alta che ci sia.

Gesù volontariamente non scende dalla croce.

Fino all’ultimo è Uomo, non rinuncia alla Sua umanità e procede sicuro verso il Padre, anche nell’ora del Suo più grande silenzio.

Non si tratta di una dimostrazione stoica di forza nel patire, si tratta di fare la propria parte. Fino alla fine. Gesù in croce fa la Sua parte senza sconti.

E’ incredibile, eppure è così.

Per trovare il Fine ultimo delle cose, della vita tutta, il Figlio di Dio ci dice che bisogna attraversare la realtà, lasciarsi spaccare dalla vita concreta, senza fughe, senza scorciatoie.

E’ un Re strano, con una corona di spine – perché il mondo è alla rovescia e non sa riconoscerlo -.

La regalità di Cristo è la nostra regalità, ciò a cui tende tutta la nostra vita, un coronamento di tutto l’essere in Dio, che non può non passare per il crogiuolo del tempo e dello spazio, comunque questi siano.

 

Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Ogni ora è una porta su Dio. Ogni ora è un baratro sull’ignoto.

Tocca a noi scegliere da che parte guardare la realtà.

Io da che parte sto?

Per pregare insieme

“Signore , tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.
Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.

Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni di afflizione,
per gli anni in cui abbiamo visto la sventura.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e la tua gloria ai loro figli.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rafforza”.

(Salmo89)

 

 

Buon Novembre!

 

 

 

N.B.

La “Lezione del mese” sarà sul Mito in Letteratura.

Vi daremo i dettagli il prima possibile.

 

 

 

https://antoniomarianna.wordpress.com/


[1] R. Panikkar, La sfida di scoprirsi monaco, Cittadella, Assisi 1991, pag. 150.

[2] Cfr. Idem, p.106.

 

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