Betania n°33 anno 2010

Carissimi amici,

i Vangeli del mese di ottobre ci invitano a meditare sulla fede, senza dubbio un tema trattato in lungo e largo in diversi contesti e non privo di fraintendimenti.

Per la maggior parte dei cristiani d’occidente con il termine fede s’intende subito o l’adesione intellettuale al depositum fidei che ci è stato trasmesso dagli Apostoli o un sentire che tocca le corde dell’emotività attraverso il rito.

Sia il primo che il secondo aspetto hanno caratterizzato, fin troppo, il modo di credere di molti uomini e donne, tanto da divenire quasi una chiave univoca d’interpretazione del fatto religioso.

Il punto è che, prima di essere stato tramandato, il deposito della fede è stato sperimentato in un incontro con il Cristo risorto da coloro che ce ne hanno dato notizia.

La fede è dunque originariamente una esperienza. Né solo un fatto intellettuale, né solo un fatto sentimentale. E’ un evento che avviene nell’uomo.

Ridurre ad un movimento di adesione esclusivamente intellettuale la fede o ad un religiosità affettata sarebbe snaturare la sua realtà personale e riguardante l’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito.

Molto ci sarebbe da dire, ma il nostro compito è dare solo piccole tracce meditative!

a In ascolto

Il Vangelo della prima domenica (Lc 17, 5-10) si apre con una richiesta degli apostoli al Signore: ”Aumenta la nostra fede”. La richiesta viene posta in seguito al racconto di alcune parole forti del Signore che mostrano, come dicevamo nel mese scorso, quale debba essere l’orizzonte interiore dell’uomo di fede.

Dobbiamo pensare agli apostoli come a uomini semplici, proprio come noi, che di fronte alle esigenze della fede si sono sentiti spesso impossibilitati.

Ecco dunque la motivazione di una risposta così paradossale di Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare ed esso vi ascolterebbe”.

Il granellino di senapa è davvero minuscolo e non si è mai sentito di un albero che si sradichi dalla terra per trapiantarsi in mare. Con queste parole il Signore, amante del paradosso, getta luce sulle infinite possibilità dell’uomo. Egli può tutto e non per suo merito ma per una autentica adesione di tutto il suo essere a Dio.

L’ultima parte del brano mostra quanto queste possibilità sia connaturali all’uomo: quando avessimo avuto fede così da sradicare un gelso e trapiantarlo in mare noi avremmo fatto quello che dovevamo fare. Essere uomini e donne di fede.

Il Vangelo della seconda domenica (Lc 17, 11-19) si potrebbe riassumere in due parole: la fede salva.

L’episodio narra di dieci lebbrosi, i quali chiedono a Gesù di avere pietà di loro. Il Signore li invita a presentarsi dai sacerdoti e accade che, nell’obbedienza a questa parola, essi vengano sanati.

Dei dieci lebbrosi soltanto uno, vedendosi guarito, torna a ringraziare Gesù e per questo viene salvato

La fede non riguarda l’uomo esclusivamente nel suo aspetto spirituale, ma la persona nella sua interezza. Il lebbroso salvato, tra l’altro uno straniero, obbedisce alla parola di Dio nel suo corpo, recandosi dai sacerdoti; riconosce, nella metabolizzazione psicologica del percorso, la guarigione; trasale nello spirito nel desiderio di lodare Dio per quanto gli è accaduto.

Corpo, anima e spirito sono tesi in un unico atto di fede che fa di lui un uomo salvo.

Il Vangelo della terza domenica (Lc 18, 1-8) ci riporta la parabola del giudice iniquo e della vedova importuna, attraverso la quale il Signore invita i suoi a pregare sempre senza stancarsi, ovvero a rivolgersi a Dio senza posa per ottenere giustizia.

L’insistenza della vedova ottiene ascolto presso il giudice iniquo, così come la preghiera ottiene ascolto presso Dio.

Fin qui nulla da obbiettare, ma il brano si conclude con uno delle espressioni più drammatiche del Vangelo, poiché Gesù afferma: “Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?”.

La fede ottiene. Ottiene pace, e sulla terra non c’è pace. Ottiene comunione, e tra noi non sempre c’è comunione. Ottiene salute e siamo tutti malati.

La fede ottiene.

Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?

La relazione con il creato, con gli altri, con se stessi può trovare il giusto equilibrio e la sua bellezza in una vita toccata dalla fede.

Il Vangelo della quarta domenica (Lc 18, 9-14) è un chiaro richiamo a tutti coloro che presumono di appartenere ad una casta di elezione a motivo della propria fede.

L’osservante fariseo, pieno di precetti e disprezzo per gli altri, è posto a confronto con l’umile pubblicano, consapevole della propria povertà di fronte a Dio: la fede del pubblicano sarà grazia che lo giustifica, la presunzione del fariseo sarà la sua condanna.

Quanta intolleranza a motivo della fede, quanta vana esaltazione in molti di noi, uomini e donne di Chiesa, incapaci di tornare alla fonte semplice del Vangelo di Cristo che ha avuto a cuore il singolo, le relazioni, le cose quotidiane!

Oggi più che mai questo stridente contrasto è avvertito e tocca a ciascuno fare in modo che la propria vita non parli contro la propria fede.

Il Vangelo della quinta domenica (Lc 19, 1-10), il noto episodio di Zaccheo, ci pone di nuovo di fronte alla fede che salva.

Come il salvato della vicenda dei dieci lebbrosi anche Zaccheo è condotto gradualmente ad una nuova condizione dell’esistenza, a motivo dell’accoglienza di un nuovo modo di essere uomo.

Il percorso di fede del lebbroso è avvenuto dal fuori al dentro: guarisce all’esterno per guarire all’interno. Il percorso di Zaccheo è speculare: guarisce all’interno e manifesta all’esterno la sua nuova condizione.

Ancora una volta il richiamo è ad una fede che riguarda l’uomo nella sua totalità.

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Oggi i raduni di massa, in cui tutti si fanno intorno ad un senso comune delle cose o quantomeno si aggregano ad una possibilità di recupero di una identità ideologica, è in voga più che mai.

Il fenomeno non risparmia (anzi!) la religiosità.

Se l’identità dei singoli è fatta salva nulla da recriminare, ma se l’identità non è ciò su cui stiamo lavorando – come società, Chiesa ecc.- allora c’è da porsi non poche domande sulle direzioni che stiamo prendendo per il futuro.

Tanto agregazionismo diffuso nasconde forse, senza riuscirci troppo, una sete di appartenenza, di ideali, di valori.

Nell’ambito della fede, che più ci interessa in questo contesto, esiste la realtà di tanti cristiani di fatto (battezzati all’anagrafe ecclesiale diremmo!) che non si identificano con la Chiesa, ovvero con il popolo radunato dal Signore per ricevere i doni del Suo Spirito, e che ricerca, altrove, una appartenenza per dare compimento alla propria umanità.

Per questo l’intellettualismo e il ritualismo, a cui abbiamo per molto tempo ridotto la fede, hanno da fare ammenda, ma siccome i cambiamenti cominciano sempre dal singolo chiediamoci che fede è la nostra: aderiamo ad una fede per tradizione, che aderisce al Cristo come fosse un ammasso di dogmi o magari si accontenta della partecipazione fedelissima al rito oppure la nostra fede è esperienza viva della trascendenza, un’esperire personale del Cristo?

a Per pregare insieme

L’esperienza si fa!

Lasciamo spazio e tempo a Dio: seduti, come Maria di Betania, nel silenzio delle nostre case, radichiamoci nell’Unico necessario, Colui di cui parlano tutte le cose.

Buon ottobre!

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