Betania Settembre n°32 anno 2010

Carissimi amici,

non ci siamo presi una vacanza, al contrario, il mese di agosto ci ha visti così impegnati nel lavoro da non riuscire a gestire adeguatamente questo spazio di condivisione.

In questo mese invece siamo nuovamente con voi per condividere il cammino!

La pagina di settembre ci piace intitolarla questione di orizzonte.

In ascolto

Nell’ascolto dei vangeli delle Domeniche di questo mese emerge, alla nostra meditazione, il fattore Orizzonte come il paradigma a cui riferire la vita intera.

Quanto spesso sentiamo parlare di orizzonte limitato in riferimento a persone e situazioni: – “quel tizio ha proprio un orizzonte limitato!” -; – “quella realtà risente di un orizzonte limitato!”-.

Ma chiariamo prima di tutto cos’è l’orizzonte.

L’ultima linea percepibile rispetto a tutto ciò che ci circonda, il termine, il limite, il confine.

L’orizzonte è ciò con cui confrontiamo la realtà in cui siamo.

Ma non esiste solo un orizzonte di spazio, esiste anche un orizzonte scandito dal tempo, che comincia ad essere qualcosa di meno determinato, ed esiste un orizzonte interiore.

L’orizzonte interiore è anch’esso un confine – che delimita e apre -.

Esso determina la nostra capacità di essere e di fare, di vedere e sentire.

Nella I domenica di settembre ascolteremo il Vangelo di Luca (14, 25-33) sulle caratteristiche del discepolo di Cristo: egli rinuncia a ciò che ha di caro, rinuncia ai beni.

Sono espressioni forti: il discepolo non deve AVERE nulla!

Se l’orizzonte della nostra vita è Dio, Lui il termine di ogni cosa, di ogni relazione e di ogni vicenda, il nostro non avere nulla è direttamente proporzionale alla consapevolezza che tutto è dono e noi stessi non ci apparteniamo, ma siamo Suoi, quindi ciò che ci animerà non sarà il possesso di cose o persone, ma la loro accoglienza gratuita nella nostra vita.

Il considerare tutto come dono non vuol dire disamore alle persone, alle cose, alle situazioni: l’ascesi perfetta non è, per noi cristiani, un’imperturbabilità priva di sentimenti. Anche se un amaro e poco saggio – perché privo di riferimento all’incarnazione di Cristo – retaggio spirituale ce lo ha fatto credere in passato.

L’odiare persone e cose del linguaggio evangelico è non anteporre nulla a Dio, perché solo riempiti dell’amore di Dio siamo davvero capaci di amare.

Nella II domenica ascolteremo dal vangelo di Luca (15, 1-32) tre parabole: la pecora perduta, la dracma perduta, il figlio perduto.

E’ una Parola di Dio forte sulla misericordia, ossia quel movimento che fa chinare l’Altissimo fino alla nostra miseria per portarci alla Sua guancia, come fa un padre con il figlio piccolo.

Anche qui il Signore e la Sua misericordia si presentano come orizzonte delle tre parabole.

Se il nostro Orizzonte è un Padre che attende il momento in cui ci lasciamo ritrovare dal Suo amore, anche il nostro peccato – pur se grande – non ci getterà nella morte del cuore, ma sarà il confine per giungere ad un nuovo stato di pienezza, quello del figlio circondato della gioia del ritorno.

Se l’Orizzonte è Dio e la Sua misericordia, non ci lasceremo andare a commenti troppo frettolosi sulle povertà degli uomini e delle donne del nostro tempo, le porteremo come pecora perduta non sulle nostre spalle, ma – parafrasando un noto detto di Mons. Romero – nel nostro cuore.

Il vangelo della III domenica (Lc 16, 1-13), che la Bibbia di Gerusalemme titola dell’amministratore infedele, ci mostra la scaltrezza d’un uomo d’affari nel crearsi una buona schiera di amici.

Scoperto dal padrone a trafficare furbescamente col suo denaro viene licenziato.

La sua scaltrezza sta nel movimento di captatio benevolentiae ch’egli conduce con i debitori del suo padrone: li chiama uno ad uno e toglie dalle loro somme di debito la parte che, di consuetudine, sarebbe spettata a lui.

Nell’orizzonte del suo tornaconto economico egli si adopera con astuzia per ottenere una buona posizione dopo l’imminente licenziamento!

Gesù, nella parabola, loda quest’atteggiamento affermando: “i figli di questo secolo sono più saggi dei figli della luce”, infatti nell’orizzonte dei suoi affari l’amministratore ha saputo discernere il suo interesse, ma nell’orizzonte di Dio i credenti sanno discernere ciò che realmente conta? Eppure cos’ha più valore Dio o il denaro? – continua Gesù -. Cosa rimane?

E’ una domanda a noi.

E sulla stessa scia meditativa continua il vangelo della IV domenica (Lc 16, 19-31), quello che una vecchia redazione della Scrittura chiamava “del povero Lazzaro e del ricco epulone”, un aggettivo incomprensibile e misterioso nella nostra mente di bambini, molti lo ricorderanno.

Il ricco ghiottone, di cui non è riportato il nome, è anch’egli perduto nel suo orizzonte limitato fatto di sfarzo, banchetti, vesti sontuose. Lazzaro è un mendicante, malato ed affamato.

Lazzaro è gettato davanti alla porta del ricco, ma questi non ne ha cura, sembra non accorgersi neanche di lui! Se ne accorgono i cani che vanno a leccare le sue ferite, ma non il ricco.

La parabola è il racconto del dopo-morte dei due personaggi: il ricco è all’inferno e geme, il povero è invece nella gioia di Dio tra coloro che hanno conservato la fede.

La fine dice di un’intera vita.

Il ricco non è all’inferno in ragione delle sue ricchezze, come il povero Lazzaro non è nel “seno di Abramo” (v.22) in virtù della sua povertà: la ricchezza di per sé non è un disvalore e la povertà è una piaga contro cui tutti dobbiamo lottare.

Ancora una volta è l’orizzonte che fa la differenza.

Il benessere del ricco gli ha chiuso gli occhi sull’indigenza di chi bussava alla sua porta.

Ma alla sua morte cosa è stato? Chi si è preso cura del ricco, chi del povero?

Tutti abbiamo, almeno una volta, fatto il giochino dell’orizzonte di tempo limitato: “se sapessi di morire oggi cosa farei?”. La risposta è influenzata di norma dal valore che diamo a certe cose e persone.

In realtà sempre dovremmo fare l’esercizio della “buona morte” e non per angosciare i nostri giorni, ma per riempirli di ciò che realmente conta, per non passare distrattamente accanto all’altro, per non perdere nulla dell’intensità dei giorni.

Se il nostro orizzonte è il Signore, se è la Sua Presenza a dar luce e senso alle nostre ore, non possiamo passare nel tempo e nello spazio come turisti distratti dalle bancarelle mentre siamo sul Gran Canyon!

Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

In un paesino della nostra bella Basilicata qualche giorno fa c’è stata la festa patronale e noi eravamo lì tra la musica e le luci.

C’erano molti uomini e donne africani, con i loro abiti tipici e i loro prodotti sul banco: una festa di colori!

Alla fine della giornata li abbiamo visti coprire le loro merci, mangiare qualcosa per strada e prepararsi a dormire in accampamenti di fortuna, chi in macchina, chi in tenda, chi semplicemente su una sdraio.

Che fatica, abbiamo pensato, che vita dura!

E poi, nell’ultimo tratto di strada, il più isolato, abbiamo incontrato due ragazzi, rivolti ad Oriente, prostrati per la preghiera della sera.

Il loro Orizzonte, in un giorno duro di lavoro di una vita tutt’altro che facile, non era venuto meno!

Non c’è bisogno di formulare la domanda di questo mese, vero? E’ chiara.

Per pregare insieme

Scegliamo un momento del giorno per orientare il nostro essere, completamente, all’Orizzonte che è Dio.

APPUNTAMENTI DI QUESTO MESE

Betania organizza un pomeriggio di SCRITTURA CREATIVA dal titolo “Dentro, l’orizzonte”

giovedì 9 settembre ore 18.00

via suor M. Bolzacchi, 12 – Maschito –

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