Pasqua, Betania n°28 anno 2010

Carissimi amici,

vorremmo condividere con voi, in questa Pasqua, un’immagine del Cristo che emergere a chiari caratteri dalla Parola di Dio che ascolteremo in questo tempo, quella del Re Silente.

In ascolto

Nella Domenica delle Palme entrambi i vangeli, quello dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme (Lc 19,28-40) e quello della Passione (Lc 22,14-23, 56), disegnano la figura del Cristo come quella d’un Re umile e silenzioso. Egli cavalca un asino, entrando nella città santa dove compirà la Sua Ora, e non un poderoso cavallo o un carro (cfr. Sal 19, 8 “Chi si vanta dei canti chi dei cavalli, noi siamo forti nel Nome del Signore nostro Dio”).

Lo strepito della folla sembra non toccarlo, resta silenzioso in quella Sua integrità che non ha bisogno di proclami. Carico del peso della Sua stessa gloria, la Sua carne parla e i discepoli appaiono, nel brano di Luca, esaltati da questa silenziosa Presenza come in preda ad un’estasi. L’aria è così gravida di Lui da far affermare allo stesso Gesù che se i discepoli taceranno “grideranno le pietre” (Lc 19, 40).

Il Suo silenzio è un invito alla lode!

Il vangelo della Passione ce lo mostra ancora silenzioso. Davanti a chi lo accusa non aprirà la Sua bocca se non per brevi e incisive conferme: “… da questo momento starà il Figlio dell’Uomo alla destra della potenza di Dio” (Lc 22, 69) e quelle relative alla Sua identità di Figlio di Dio (Lc 22, 70) e Re d’Israele (Lc 23, 3). Poi solo compassione per altri – le donne di Gerusalemme e il ladrone pentito – ma neanche una parola per sé, per spiegare quello che noi oggi chiameremmo “lei non sa chi sono io!”.

Il punto che più di tutti rimarca questa identità di Re silente è, a nostro avviso, l’atteggiamento che Gesù ha di fronte ad Erode. Il tetrarca è incuriosito dalla persona del Nazareno, Luca afferma che “sperava di vedere qualche miracolo fatto da Lui” (Lc 23, 8), lo considera una sorta di fenomeno da baraccone. Il Signore avrebbe potuto far leva su questa fragilità di Erode, su questo varco che la curiosità apriva a Suo favore e imbonirsi il potente con la propria riconosciuta particolarità. Non sarebbe stato né il primo né l’ultimo! Ma Gesù è Re e non ha bisogno dei riconoscimenti di nessun potente della terra per attestare la Sua regalità. Lascia l’ostentazione di grandezza a chi vorrà, mancando di autorità, manifestare all’esterno – con atti di forza – le sue interne fragilità.

Nel vangelo che leggeremo durante la Cena del Signore, nel giovedì santo, (Gv 13, 1-15) l’episodio della lavanda dei piedi continua a disegnare davanti ai nostri occhi la silenziosa regalità del Cristo. Nella cena ebraica esiste un momento, quello della lavanda delle mani, che spetta al capotavola: Gesù fa dunque un gesto inconsueto. Lui, il capotavola, lava i piedi a tutti i presenti. I piedi, nella mistica ebraica, sono un simbolo fondamentale per il ritorno dell’uomo al suo cammino verso Dio e tutte le culture riconoscono in essi altresì il simbolo di una caduta sulla via di questo compimento. Il Cristo in questo gesto si presenta come Re non solo per l’umiltà del gesto, ma anche e forse soprattutto per il potere – che esercita nel silenzio di un gesto – di rimettere l’uomo sul giusto cammino.

Il vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-19, 42) che ascolteremo il venerdì santo, giorno della Passione del Signore, è per eccellenza quello che presenta Gesù come Re glorioso sul trono della croce. C’è in particolare un versetto, il 17 del capitolo 19, che ci lascia vedere in poche battute tutto il consapevole immolarsi del Cristo e la Sua dignità regale: “essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio”. La crocifissione era considerata la morte più infamante, ma in questa immagine di Lui che si carica della croce e va, Gesù appare bellissimo – come belli sono gli uomini quando sanno quel che fanno! – e pieno di dignità.

Il sabato santo è giorno di silenzio: Colui che ha sconfitto la morte è sceso agli inferi a scuotere dal sonno i giusti. Quale potenza! E tutto nel silenzio… Ma un Re che scompare alla vista e tace, lasciando a ciascuno la responsabilità di metabolizzare gli eventi, non è un re scomodo? Il Sabato Santo, come i discepoli di allora, facciamo i conti con questa regalità che non è nella manifestazione eclatante del potere, non è nell’alzare il tono per affermare le proprie ragioni, non è nell’avere il posto migliore perché figli di un illustrissimo, non è nel “tutto e subito”. Il silenzio che segue alla croce manifesta la sublime regalità del compiere fino in fondo la propria storia. Senza scappatoie. Fino a “tenere lo spirito agli inferi, senza disperare”! Sarebbe stato più facile per noi avere a che fare con un Dio risorto con segni sensazionali, visibili a tutti. Ma non è questa la via del Dio di Gesù Cristo, che ama il dettaglio, l’incontro personale.

Così nel mattino di Pasqua le tracce della Sua resurrezione saranno semplici da stupire. Il vangelo di Luca (24, 1-12) ci mostra le donne in cammino verso il sepolcro. L’ora è complice di un silenzio di tutte le cose: sembra di sentire solo il fruscio delle vesti, il suono dei passi e poi l’eco del sepolcro vuoto e le bende, le Sue bende, con la sorpresa, che forse lascia spazio ad un sospiro trattenuto, fino alle parole degli “uomini sfolgoranti”: <<è vivo>>. La forza della notizia fa correre le donne e poi, chissà, le fa urlare dalla gioia una volta davanti agli undici, tanto che Pietro comincia anche lui a correre, come contagiato da questo ritmo ansimante, fino alla tomba vuota. Ma dell’avvenimento in sé, dell’istante esatto della resurrezione, nessuna parola. Silenzio. Forse solo un qol demama daqqa, un suono sottile di silenzio, simile a quello che estasiò il profeta Elia? Forse.

Ci piace pensarlo così il Suo ritorno all’aprile che fiorisce per sempre, udibile solo all’orecchio attento… un suono sottile di silenzio, di cui ha lasciato tracce nella vita di tutti i giorni, a memoria della Sua, già avvenuta, e della nostra, veniente, resurrezione.

Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

La Pasqua del Re Silente sfronda le nostre pretese di grandezza, a qualsiasi livello, e ci reintroduce nel giusto cammino dell’umanità. In questo tempo lasciamoci interrogare dalla Sua regalità e dal Suo silenzio.

Per pregare insieme

Concediamoci uno spazio di silenzio per porre attenzione alla Presenza del Risorto e lodare il Suo Nome, l’unico sotto il quale possiamo essere salvati, perché il Signore non abbia a dire anche a noi ciò che disse un tempo a Gerusalemme: “Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19, 44c).

Buona Pasqua del Signore!

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