Betania in Quaresima (n°42 anno 2012)

 

Carissimi amici,

la liturgia dell’anno B ci offre la lettura del vangelo di Marco.

Considerato una delle maggiori fonti di tutti i vangeli, a Marco spetta anche l’invenzione dello stesso genere letterario “Vangelo”.

La caratteristica di questa piccola perla della Scrittura che più salta agli occhi è il cosiddetto segreto messianico: il progressivo svelamento dell’identità del Cristo.

Marco parte subito con la narrazione di ciò che, con Giovanni Battista, preparerà il ministero di predicazione di Gesù. Pian piano, attraverso opere e parole, l’identità messianica di Gesù viene svelata: al centro dello scritto (cap. 8,27-30) Pietro affermerà che il Nazareno è il Cristo ovvero l’Unto, il Messia. Tuttavia è solo al termine del vangelo che, nel racconto della Passione, sarà pienamente svelata l’identità di Gesù, Uomo-Dio. Alcuni studiosi considerano quello di Marco addirittura un ‘racconto della passione con un lunghissimo prologo’.

E’ infatti il paradosso della croce che più di tutto rivela all’umanità chi è Gesù di Nazareth.

La croce che congiunge la terra al cielo è il nuovo patto, la Nuova Alleanza che Dio fa con l’uomo nell’umanità di Gesù Cristo.

Nella Passione e Resurrezione di Gesù il credente non solo conosce l’identità del Cristo, ma anche la sua vera identità, nel segno di una relazione profonda, di una Alleanza.

 

a In ascolto

Le letture che vengono proposte alla nostra meditazione nel tempo di Quaresima ci introducono proprio nel grande mistero dell’Alleanza che il Signore ha da sempre cercato con gli uomini.

Nella I domenica sia la lettura tratta dalla Genesi (Gn 9, 8-15) che il vangelo (Mc 1, 12-15) ci narrano l’esperienza di un vuoto: un deserto di acque e un deserto di sabbia.

Il diluvio giunge su una umanità svuotata della sua verità, della sua bellezza, una umanità lontana dal suo nucleo originario, ovvero Dio. E se, come afferma Thomas Merton “le cose che amiamo ci dicono quello che siamo”, l’identità dell’uomo all’epoca di Noè – mitica per ciascun uomo – non è più somigliante al suo Creatore.

I quaranta giorni di diluvio, allora, non sono che la manifestazione esteriore di un vuoto interiore che sommerge l’umano fino a farlo perire. Ma anche quaranta giorni straordinari per riportare l’umanità al suo terreno originario: la somiglianza con Dio, la ritrovata Alleanza. Con tutto ciò che questo comporta.

E così, e ancor più profondamente, i quaranta giorni di Gesù nel deserto, di cui ci da notizia il vangelo, ridisegnano il volto di ogni uomo, la sua esperienza nel mondo, il suo percorso per ritrovare la strada verso il Padre.

Il deserto come nulla dato dalla disperazione umana è stato condiviso da Cristo che ne ha fatto un luogo di incontro, di ritrovata armonia con la propria carne, con le creature, con Dio.

Gesù viene a fare del vuoto un campo di desiderio. Una possibilità.

Nella II domenica il vangelo della Trasfigurazione (Mc 9, 2-10) ci da in un sol colpo il gran finale della vicenda umana.

L’esperienza taborica – segno di massima unione con Dio presso i nostri fratelli ortodossi – ovvero la consapevolezza della presenza della luce divina che ci abita e ci avvolge, pare sia una prerogativa relegata alla sfera dei mistici.

Qui ci sarebbe da dir molto su chi è il mistico, ma ci basti ricordare che ciascuno di noi è chiamato a fare esperienza di Dio. Nel corpo, nella mente, nello spirito.

In questa domenica ci viene ricordata la mèta. L’Alleanza ritrovata con il Signore richiama in noi il più alto anelito alla gioia e alla vita. Spesso il viola quaresimale ci fa dimenticare che è la Luce che cerchiamo, pur in una esperienza di tenebra, e non il vittimismo passionale di un certo devozionismo che mortifica il vero desiderio di Dio.

La liturgia della Parola della III domenica la potremmo intitolare ‘Il mercato della fede’.

La prima lettura tratta dal libro dell’Esodo (Es 20, 1-17) offre alla nostra meditazione le Dieci Parole donate dal Signore ad Israele. Esse sono una strada di vita e non dei paletti posti ai margini del cammino così da limitare la nostra libertà. Tuttavia spesso, considerate da noi cristiani I Comandamenti, con tutto il tono giuridico possibile che tale espressione comporta, sono state trattate alla stregua di una merce di scambio: io osservo I Comandamenti uguale (in senso matematico!) Dio osserva la mia volontà.

Sulla fede come compravendita ci da luce il vangelo, di Giovanni questa volta (Gv 2, 13-25).

Gesù irrompe nel tempio, casa del Padre, e né i suoi modi né i suoi toni sono miti.

‘… non fate della casa del Padre mio una casa di mercato’ (v.16) afferma dopo aver cacciato fuori i cambiavalute e gli animali con una sferza di cordicelle che si era fatto e dopo aver gettato a terra i banchi del commercio. Una scena fantastica, che ci piace tanto e dice molto sulla forza di carattere di Gesù. Una scena che dovremmo avere alla mente anche in questo tempo quaresimale quando con i nostri ‘fioretti’ vorremmo corrompere la benevolenza divina, invece che cercare, magari anche attraverso di essi, di ritrovare l’Alleanza perduta con Dio.

Un tale atteggiamento del Cristo inoltre dovrebbe dirci molto di più circa il nostro modo di stare al mondo. Quanto abbiamo ricevuto in dote dal Signore, come dono gratuito del Suo patto d’amore, non può essere in alcun modo oggetto di mercato: noi stessi siamo Suo tempio.
Troppo spesso facciamo di noi triste scambio! Sul lavoro, in famiglia, nelle realtà ecclesiali, lasciando che la verità che portiamo dentro sia offuscata dal venire a patti con la mediocrità.

Per la IV domenica vi invitiamo a soffermarvi nella meditazione del Salmo 136 che, offertoci dalla Liturgia, ci porta nella condizione dell’esiliato.

I Salmi nascono dalla quotidianità dell’autore che spesso si fa anche portavoce del popolo, ma si allargano ad una lettura oltre le contingenze storiche proprio perché, in quanto Parola di Dio, sono attuali e parlanti. La Parola, lo abbiamo spesso ripetuto, è il roveto che arde senza consumarsi mai.
E allora cosa dice a noi, oggi, questo Salmo?

Lontano dal Signore e dalla relazione d’amore (Alleanza) con Lui siamo come in terra straniera, incapaci di gioia – espressa dall’azione del canto -. Solo il ricordo di Dio rinnoverà la gioia nel cuore dell’umanità, un ricordo che non è azione mentale ma discesa nelle profondità di sé, lì dove abita la divinità.

E alla dimensione del cuore, biblicamente inteso come centro dell’essere, ci richiama anche la meditazione della Parola della V domenica.

E’ il profeta Geremia (Ger 31, 31-34) questa volta a permetterci di comprendere quale Alleanza il Signore viene ad offrirci: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (v. 33).

In realtà occorrerebbe, e ciascuno può farlo oltre il tempo della Liturgia domenicale, meditare su tutta la sezione di Geremia definita Libro della consolazione (capp. 30 e 31), in cui il richiamo all’esilio dal Signore e al ritorno a Lui è costante.

“Innalzate canti di gioia… ecco li riconduco… li riporterò tra le consolazioni” (31, 7. 8.9b), un versetto che si oppone all’impossibilità di gioire dichiarata dal Salmo 136 della domenica precedente.

E poi un bellissimo versetto, illuminante quanto misterioso: “Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo” (31, 22). Il profondo, simboleggiato dal femminile, il cuore di cui sopra, cingerà il maschile che si ricorderà d’aver impresso in sé la legge divina e di doverne solo prendere coscienza. I concetti di maschile e femminile sono qui inerenti a tutta l’umanità, come spesso abbiamo detto citando l’interpretazione biblica della mistica ebraica.

Il cuore dunque, nei giorni in cui lasceremo che il Signore faccia Alleanza con noi, sarà l’abito che porteremo e che farà di noi la sposa di Dio.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

“Il posto dell’uomo è Dio”, afferma Ruperto di Deutz. Lontano da Lui è terra d’esilio.
Il Signore non ha mai smesso di offrirci la Sua Alleanza, lo ha fatto fino all’estremo limite della croce, senza misura. Non ha calcolato quel che portavamo noi nel patto d’amore, nell’alleanza nuziale: la dote l’ha messa Lui, completamente. A noi ha chiesto solo d’aprire il cuore.

Lasciamoci interrogare da una domanda di M. Buber, presentata nel testo Il cammino dell’uomo: “Dove sei nel tuo mondo?”.

Qual è il nostro posto? Come viviamo il nostro posto? …

 

a Per pregare insieme

In questo tempo cerchiamo di ritagliarci degli spazi di silenzio per lasciare a Dio la possibilità di riprendersi il nostro Centro.

 

 

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Published in: on 8 marzo 2012 at 18:58  Lascia un commento  

Avvento Betania 2011

n°41 anno 2011

 

Carissimi amici,

come ormai sapete le meditazioni che cerchiamo di condividere con Voi mensilmente scaturiscono da quanto viviamo nel nostro quotidiano: e come potrebbe essere diversamente? Il Vangelo è linfa della vita, non una teoria frutto del lavoro operoso di studiosi.

E’ per questa ragione che il tema sul quale desideriamo meditare in questo Avvento è l’Ascolto.

Ci è stato proposto dalla nostra personale esperienza di genitori: attendiamo un bambino e il suo mondo, così tematizzato dall’ascolto, ci ha portato a vivere ancor più profondamente in questa dimensione fondamentale.

All’ottava settimana il feto ha già sviluppato l’orecchio interno e pare, secondo alcuni studiosi, che fin dal concepimento egli sia in un crescendo di fasi evolutive che lo conducono ad essere un ascoltatore e in seguito, e di conseguenza, un parlante.

Nel ventre della madre il feto è dunque un grande orecchio: riceve informazioni dal mondo degli archetipi e dal mondo esterno. Sente, registra, anche se ancora non ne è cosciente. Tuttavia tutto ciò che ascolta farà parte del suo essere.

Questo ascolto è così fondante che un famoso studioso francese, il prof. Alfred Tomatis, nei suoi lunghi studi di audiopsicofonologia, ha elaborato una terapia di ascolto che è d’aiuto a quanti, non ricevendo in utero le attenzioni affettive necessarie, hanno sviluppato in seguito negative conseguenze fisiche, psichiche e spirituali.

“L’ascolto resta incontestabilmente il punto d’attrazione della spirale dell’evoluzione. Ogni cedimento, ogni diminuzione di questo potere di attrazione altera la dinamica della crescita evolutiva e da quel momento il soggetto si muove in un mondo ripetitivo che gira in tondo senza progredire… occorre ricordare che ogni azione, che reinduce la funzione di ascolto, riattiva i sistemi psicologici bloccati” (A. Tomatis, La notte uterina, Red).

Cosa c’entra con l’Avvento quanto andiamo dicendo?

Se l’ascolto è una caratteristica così basilare per l’uomo sin dal suo concepimento, quanto allora va ricercata, coltivata, riaccesa qualora sopita?

Se il blocco dell’ascolto può avere ripercussioni così pesanti sugli esseri umani perché non rieducarci quotidianamente all’ascolto?

Attenzione però, l’ascolto di cui si va parlando non è quello che permette semplicemente alle nostre orecchie di sentire, ma è qualcosa di più profondo. E’ l’attenzione di quanto le orecchie sentono e ancor più, l’attenzione al ‘rumore della vita’ che scorre in noi fin dal concepimento e che abbiamo forse dimenticato. E’ il richiamo dell’Essere.

E’ un mistero insondabile che dovrebbe far cantare ininterrottamente le nostre ore.

L’Avvento è un tempo di attesa verso Colui che viene, il Signore della Storia che si è incarnato in una storia personale, in un’epoca precisa, tra gente con un proprio vissuto.

Detto fuori dai denti, il Natale non è l’arrivo del Bambinello! Il Signore si è incarnato una volta per tutte, non lo fa ad ogni Natale.

Dunque questa attesa cos’è?

L’Avvento è un tempo di allenamento all’Ascolto del venire incessante di Cristo nella nostra storia. E’ la memoria di quanto la piccolezza d’un Dio, che s’è fatto ascolto nel ventre del mondo, sia la nostra unica salvezza.

E’ il farci, a nostra volta, piccoli feti che ascoltano ciò che gli è trasmesso nel ventre del Padre Dio.

Tutti conosciamo i capitoli della Genesi in cui l’uomo, dimentico della Voce del Padre, segue le vuote lusinghe dell’avversario, il Satana, ed entra in una ripetitività che non è più evoluzione fino alla statura di Dio, ma stagnante esistenza lontano dall’Essere.

La promessa di un termine alla ripetitività, per l’avvento di una nuova storia di salvezza, è data dall’annuncio di una donna che schiaccerà la testa di colui che si è posto al comando dell’uomo allontanandolo dal Suo Signore (Gn 3, 15). Una donna che oserà ancora ascoltare e farsi carico del Signore del mondo nel suo grembo, Maria.

Certo, è una storia avvenuta una volta per tutte, ma allo stesso tempo è una storia che chiede di avvenire in noi quotidianamente. Tutti siamo chiamati a generare il Verbo e questo, proprio come accade nella vita intrauterina, può compiersi solo attraverso l’Ascolto.

Stiamo attenti alle piccole eutanasie che ogni giorno eseguiamo nel metterci al mondo solo come esseri fatti di bisogni saziati e che fanno di noi dei vivi già morti.

Afferma ancora Tomatis: “Vi sono tanti mezzi per non far nascere lo spirito, questo spirito che fa dell’uomo quello che deve essere”, sta a noi liberare l’ascolto del ‘rumore della vita’ che è memoria di Dio in ogni battito, in tutte le cose e vivere non come alienati ma come esseri viventi pieni del Soffio divino.

Un bambino in grembo ci insegna tante cose: è così per tutti, poiché tutti abbiamo in grembo il Germoglio di Dio che vuol essere ascoltato.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

 

Spesso nelle nostre giornate non giungiamo che ad un ascolto superficiale, tutto passa senza apparente traccia: ci riempiamo di chiacchiere, urla, in tv come per strada, in casa, senza mai chiederci se questo ascolto genererà in noi del bene o innescherà una catena di atteggiamenti ripetitivi e sterili, automatici, senza vita.

Facciamo attenzione a quel che ascoltiamo o lasciamo che tutto entri in noi, formandoci inconsapevolmente?

E inoltre, troviamo nelle nostre giornate un tempo-spazio per farci ascolto di quel Dio che non cessa d’essere Verbo per noi dall’inizio della nostra vita?

 

 

a Per pregare insieme

 

Salmo 85, 8-13

 

Io ascolterò quel che dirà Dio,
il Signore:
egli parlerà di pace al suo popolo e ai suoi fedeli,
purché non ritornino ad agire da stolti!
Certo, la sua salvezza è vicina a quelli che lo temono,
perché la gloria abiti nel nostro paese.
La bontà e la verità si sono incontrate,
la giustizia e la pace si sono baciate.
La verità germoglia dalla terra
e la giustizia guarda dal cielo.
Anche il Signore elargirà ogni bene
e la nostra terra produrrà il suo frutto.
La giustizia camminerà davanti a lui,
e seguirà la via dei suoi passi.

 

Buon Avvento!

 

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Published in: on 28 novembre 2011 at 08:03  Lascia un commento  

Betania n°40 anno 2011

Carissimi amici,

per molto tempo siamo stati lontani da Voi, un tempo che ci ha concesso di ritornare a questi fogli più grati che mai: colmi di gratitudine e gioiosi della Grazia delle Nozze.

Abbiamo taciuto perché in noi decantasse il mistero ricevuto e perché, quando non si ha nulla da dire, meglio tacere, stupiti e riconoscenti.

In realtà più grande è la percezione del mistero di Dio nella nostra vita più dovrebbe aumentare il silenzio, perciò non vi chiediamo scusa dell’assenza, ma ci presentiamo a Voi semplicemente per quel che è stato il nostro vissuto.

Riprendiamo a condividere questo pezzo di storia in un mese che invita al silenzio, alla contemplazione, al canto di lode.

Novembre, infatti, con il suo sole pallido, i suoi colori accesi, il primo vento freddo, ci sembra sia – insieme al meraviglioso Ottobre – un mese capace di stimolare l’Incontro più intimo con la Presenza di Dio che ricapitola in sé tutte le cose. Un mese di cui stupirsi.

E se la curiosità è madre della conoscenza, lo stupore è padre della contemplazione di Dio.

Ma come contemplare, ovvero come essere in compagnia di un pezzo di Cielo in terra, come far spazio nel nostro orizzonte a quello più vasto del regno di Dio?

I vangeli delle tre domeniche di Novembre, che precedono l’Avvento, sembrano indirizzarci verso una vigilanza tridimensionale al mistero del regno di Dio che viene.

Una vigilanza all’avvento di Dio, sposo dell’umanità; una vigilanza su se stessi, che sia attenta custode dei talenti donatici dal Signore; una vigilanza che si apra ai bisogni dell’altro, l’altro in cui infine si ricapitola l’incontro con lo stesso Signore come ascolteremo dal vangelo di Matteo.

 

a In ascolto

Nella I domenica di novembre (Mt 25, 1-13) la parabola delle dieci vergini ci invita, come dicevamo, alla vigilanza dello Sposo che viene.

Per attendere uno sposo si presume che questo sposo lo si conosca e lo si ami, una conoscenza ed un amore maturati nel tempo e nello spazio condivisi.

Attendere Dio-Sposo, alla fine della storia – come attualmente la sperimentiamo -, non può dunque prescindere dal quotidiano relazionarci a Lui.

L’olio delle lampade, delle vergini del vangelo, è la vita stessa di esse, dunque la nostra vita alimentata, fatta crescere in noi.

La vita di Dio che è in noi come olio che alimenta le lampade è fatta crescere o meno nel riconoscere le visite amanti del Signore in ogni istante della nostra esistenza.

Restare ‘senza olio’ e dunque al buio, significa non aver colmato dello Spirito di Dio le ore e le esperienze donateci. Non aver vigilato sul Suo arrivo.

Nella II domenica (Mt 25, 14-30) la sollecitazione proveniente dal vangelo è quella di riconoscere i propri talenti.

Solitamente si legge questa parabola facendo dei talenti le doti personali di ciascuno, ma che cosa è nostro che noi non abbiamo ricevuto? In realtà tutto ciò che siamo e facciamo è dono di Dio, per cui i talenti sono il deposito di Dio in noi, il Suo dono che ci colma nella misura della nostra capacità.  E’ ancora una volta un richiamo forte alla vigilanza circa l’amore sovrabbondante di un Padre che ha fatto di noi quelli che siamo.

Nel v. 21 e nel v. 23 leggiamo l’affermazione del signore della parabola circa l’operato dei primi due servi che hanno messo a frutto il deposito ricevuto: ‘su poche cose sei stato fedele, su molte ti costituirò’. E’ un’espressione bellissima.

Il cammino della vita nella fede non è questione di grandi cose ma di piccole cose: è fedeltà alla propria storia, ai doni ricevuti, alle responsabilità quotidiane.

Molti ricorderanno la santa della piccola via, Teresina di Lisieux, che lungi dall’essere una ingenua bambinetta facile alla meraviglia, è stata in realtà un’eroina del quotidiano, una fedele serva del Signore in tutte le ore della sua vita. Non una donna rimasta bambina, ma una donna diventata bambina nel cuore e nella vita. L’infanzia a cui Dio richiama, infatti, è un dono che non si traduce nel restare ancorati ad un mondo infantile, ma nel lasciarsi arpionare dal mondo semplice d’un Dio che si è fatto piccolo con noi.

La parabola termina con un’espressione molto dura, ma in questa luce comprensibile: ‘A chi ha sarà dato e sovrabbonderà. A chi non ha, anche ciò che ha sarà tolto’ (v.29).

Il deposito di Dio in noi scava molto profondo e fa spazio ad una sempre rinnovata elargizione della Sua Vita. Più si è afferrati dall’amore del Signore, più si è colmi di Lui, più si riceve la capacità di accoglierlo in tutte le cose.

Meno si fa spazio al Suo dono, sempre meno si sarà aperti all’offerta della Sua presenza.

Questo accade ogni giorno, nel piccolo delle nostre storie, e sarà vissuto, nel grande della storia della salvezza personale e collettiva, alla fine dei tempi.

Nella III domenica (Mt 25, 31-46), che chiude l’anno liturgico con la solennità di Cristo re, il vangelo di Matteo è una sorta di ricapitolazione non solo dei brani precedenti, ma della ricerca umana di Dio.

L’altro è la porta all’Altro.

E’ l’esperienza più semplice eppure più ardua che ci sia.

L’itinerario della nostra vita in Dio ha il suo culmine e la sua sorgente nella relazione con gli uomini e le donne del nostro tempo.

Non c’è strada più sicura per giungere a vedere il Volto del Signore che nella ricerca dei Suoi tratti sui volti che ci sfiorano quotidianamente. Ed è, dicevamo, un cammino semplice, nel senso di riduzione di tutte le cose all’Unico necessario, all’Uno, ma anche arduo, poiché non sempre il tratto di Dio è ancora riconoscibile in noi esseri umani e perché non sempre il nostro cuore è così puro da saper riconoscere il Signore che passa nell’altro.

Se solo conservassimo la consapevolezza di una scintilla dello splendore di Dio in tutti!

Una scintilla incendierebbe il mondo e il regno di Dio, già tra noi, sarebbe svelato.

Anche in questo vangelo il Signore non parla di una fedeltà ad opere straordinarie per entrare nel regno Suo, ma di una responsabile condivisione, di quel che si è e si ha, con l’altro.

Si tratta della vita. Non di un’esperienza ultra sensoriale, ma della vita nella sua concretezza, nella sua realizzazione.

La fame, la sete, l’estraneità, la nudità, la malattia, la mancanza di libertà, non sono le problematiche quotidiane che ci assillano con la loro urgenza? Di queste il Signore chiederà conto.

Perché lungi dall’essere mera soddisfazione di bisogni, sono queste realtà a permettere agli uomini un’apertura ai valori che stanno nelle cose e oltre le cose.

E’ la vita che apre alla Vita.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

La contemplazione del regno di Dio oggi e alla fine della storia, dicevamo, ha nei vangeli di questo mese un carattere tridimensionale: è vigilanza all’intimità con il Signore, al deposito di Dio in noi, alla vita dell’altro.

Interrogarsi su questa tre dimensioni è interrogarsi sulla vita intera, sul nostro modo d’intenderla e viverla… ci lasciamo dunque con un grosso lavoro da svolgere!

 

a Per pregare insieme

 

IL MIO CANTO DI OGGI di Teresa di Lisieux

 

“La mia vita è un istante, un’ora che passa, un momento che mi sfugge e se ne va.

Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra, non ho altro che l’oggi. Ti amo Gesù.

Tende a te la mia anima… Sii tu il mio dolce sostegno. Regna nel mio cuore.

Donami il tuo sorriso, per un giorno solo. Per oggi, per oggi.

Che importa, Signore, se l’avvenire è oscuro… No, io non posso pregarti per il domani…

Mantieni puro il mio cuore, coprimi con la tua ombra. E non sia che per l’oggi.

Per oggi, per oggi. Pane di vita e del cielo, divina Eucaristia, o mistero insondabile, frutto dell’amore, vieni, scendi nel mio cuore, Gesù. E sia per oggi.

Santa, sacratissima Vite, degnati di unirti a me. E il mio debole tralcio ti darà i suoi frutti.

Potrò offrirti, Signore, un grappolo dorato.

Donami tu, Gesù, il fuoco di un apostolo. E sia per oggi.

(…)Voglio vedere Gesù, fuori di ogni nube e di ogni velo.

Eppure quaggiù, gli sono tanto vicina… Il suo amabile volto non mi sarà nascosto che per oggi.

Ben presto volerò a dir le sue lodi.

Un giorno senza tramonto splenderà sulla mia anima. Allora canterò sulla cetra degli Angeli.

Canterò l’oggi eterno”.

 

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Published in: on 13 novembre 2011 at 10:03  Lascia un commento  

Betania Quaresima-Pasqua 2011

Carissimi amici,

davanti a noi si apre, in questo tempo liturgico, un orizzonte simbolico di grande rilevanza.

Il tempo di Quaresima prima, il triduo pasquale poi e infine il tempo di Pasqua, offrono al cristiano la geografia del suo percorso esistenziale.

Desideriamo condividere con voi alcune tracce di lettura di questo tempo favorevole ponendolo in parallelo con una famosa opera pittorica: “L’albero della vita” di Gustav Klimt, nella sua interezza, ovvero comprendente “L’attesa” e “L’abbraccio”.

Non siamo critici d’arte, quindi la nostra attenzione all’opera sarà esclusivamente meditativa.

 

 

a In ascolto

Tutto è Nozze.

L’umanità da sempre chiamata alle Nozze con Dio, suo Sposo, trova il suo compimento nella vita di Gesù di Nazareth. E’ Lui che unisce, nella Sua carne, Dio e l’Uomo; è Lui che ammette noi allo stesso compimento nuziale.

Ci piace leggere il tempo di Quaresima come un tempo-spazio di Attesa, quello tipico del fidanzamento: in esso l’Uomo è condotto alle soglie dell’intimità con lo Sposo.

Nel quadro di Klimt la Donna che attende ha uno sguardo proteso in avanti, verso il Nuovo che sente avanzare, è in ricerca, essa ci rappresenta, come sposa in attesa dello Sposo.

Di Dio noi cerchiamo ciò che abbiamo già scoperto per intuizione, come nel tempo del fidanzamento: gli occhi dell’amato hanno balenato Bellezza nel cuore di un giorno qualunque e in seguito abbiamo ricercato l’impronta che quell’esperienza unica ha lasciato nel nostro essere.

E’ l’esperienza d’amore descritta dal Cantico dei Cantici: la ricerca degli amanti è motivata dall’incontro già avvenuto.

Siamo stati già amati dal Signore. Questo ci spinge a cercarLo.

Ma qual è il luogo dell’Incontro già avvenuto, dove il primo fremito del desiderio di Dio ci ha colti?

In un Giardino. “Giardino chiuso sei, mia bella”, dirà il Cantico dei cantici.

Che ne siamo coscienti o no, vi è un Luogo in noi – eccezionalmente descritto dal mito biblico della creazione nel libro della Genesi – nel quale si gioca tutta l’esistenza. Un Luogo che lo sguardo creativo e amante di Dio ha aperto: il Luogo dove siamo veramente noi stessi poiché riconoscenti del divino che ci abita.

Tuttavia, a motivo della ribellione umana, tale Giardino è spesso un deserto brullo, non più custodito e coltivato, capace però di conservare una memoria di fertilità… E’ il Signore stesso questa memoria fertile in noi. Egli continua a condurre in esso l’umanità sposa e in questo spazio nudo gli offre ancora una conoscenza occhi negli occhi. Lì l’umanità potrà essere nuovamente fidanzata nella fedeltà del Suo Signore (cfr. Osea 2, 16-25).

La I domenica di Quaresima, con il racconto della tentazione di Gesù nel deserto (Mt 4, 1-11), rende conto proprio di questo percorso umano compiuto nel Cristo.

Altre volte abbiamo posto l’attenzione sulle tre energie che strutturano l’Uomo e che vengono descritte in questo brano evangelico: Godimento, Potenza e Possesso.

Esse si ritrovano anche in Genesi come energie dell’Albero della conoscenza del Compiuto e del Non ancora Compiuto (tradizionalmente ed erroneamente definito del bene e del male). Esse permettono all’Uomo di giungere al compimento di sé quando sono incanalate verso il divino; all’opposto, rivolte verso ciò che non è Dio, queste tre energie dissolvono l’Uomo che diventa schiavo di una ciclicità di morte.

L’Albero dunque è presente, in dissolvenza, in questa pagina evangelica come in tutte le nostre quotidiane tentazioni.

Nella II domenica di Quaresima (Mt 17, 1-9) Matteo ci presenta nuovamente Cristo come compimento dell’Uomo. E’ il vangelo della Trasfigurazione, una pagina meravigliosa che dovrebbe costituire lo sfondo di speranza di ogni vita.

Non ci è possibile soffermarci nell’affascinante esegesi dei dettagli di questa pericope (i sei giorni, il monte, la luce, la nube, la voce ecc.) che lasciamo alla meditazione personale di ciascuno…

Ma sollecitiamo la vostra attenzione verso la Realtà che Cristo è nel momento della Trasfigurazione: Egli riprende per noi la via all’Albero della Vita.

Nella mutazione graduale a cui l’umanità era originariamente chiamata, la luminosità della trasfigurazione costituisce senz’altro una manifestazione chiara di ciò che avremmo dovuto essere e che, grazie a Cristo, nuovamente un giorno saremo, quando lasceremo che il Signore sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 28).

I padri del monachesimo orientale ben conoscevano questa realtà taborica capace di trasfigurare l’Uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito.

Questa è la nostra realtà originaria a cui fare ritorno.

Il tre vangeli di Giovanni che leggeremo nelle tre successive domeniche di Quaresima sono una progressiva lezione simbolica che la Chiesa ci offre, in questo tempo, circa le nostre possibilità d’essere uomini e donne trasfigurati, d’essere dèi.

Nella III domenica di Quaresima il vangelo di Giovanni (Gv 4, 5-42) ci pone davanti all’incontro di Cristo con una donna straniera, di Samaria, territorio ostile a uomini giudei quale era anche Gesù.

Un incontro tra diversi, tra stranieri, tra il maschile e il femminile… Tanti aspetti su cui meditare!

Tuttavia noi desideriamo sottolineare, in questo contesto, un aspetto in particolare.

Il Signore accompagna la donna verso il riconoscimento della sua profondità originaria e lo fa a partire dallo svelamento dei nodi esistenziali che in lei sono rimasti irrisolti.

La chiama alla Profondità. Non a caso tutto si svolge intorno ad un pozzo! Essa stessa è questo pozzo antico a cui attingere un’acqua che non ha pari.

Ciascuno di noi è questa Donna Straniera in attesa dello svelamento della fonte della Vita in lei, a partire dalla concretezza della propria esperienza umana, fatta anche di peccato.

Nella IV domenica di Quaresima (Gv 9, 1-41) si passa dal basso all’alto: dalla percezione di sé stessi come carichi di divino – la Donna Samaritana – al ricordo d’essere un IO SONO, cioè dèi – l’Uomo cieco dalla nascita -.

E’ qualcosa che ci avete ascoltato dire più volte: ciascuno di noi è chiamato a riconoscersi come un ‘Io Sono in divenire’. Io Sono, lo ricordiamo, è il Nome di Dio rivelato a Mosè nel roveto ardente.

L’Uomo cieco dalla nascita, dimentico del Germe divino di cui è custode, riacquista la vista attraverso l’opera di Gesù (che nei gesti ricorda molto la scena della creazione originaria dell’Uomo, ci avrete fatto caso!). Dopo aver riacquistato la vista infatti “quegli diceva: Io sono!” (Gv 9, 9).

Il vangelo della V domenica di Quaresima (Gv 11, 1-45) segna il compimento dell’Uomo portato alle sue estreme conseguenze: la vittoria sulla morte. E’ il vangelo della resurrezione di Lazzaro.

Si svolge a Betania e i protagonisti sono proprio gli amici più cari del Signore.

Gesù affermerà, prima di risuscitare Lazzaro, “Io Sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà. E chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).

E’ Lui l’Albero di Vita che Adamo non potè toccare e ora in Lui ci è donato.

E’ ‘L’abbraccio’ ritrovato dopo un lungo peregrinare lontano dall’intimità divina.

E’ l’annuncio della nostra Pasqua! In Cristo passiamo dalla morte alla Vita per sempre.

 

Tutto il tempo di Pasqua è questo Abbraccio divino-umano sotto l’Albero della Vita che è per noi la Croce gloriosa di Cristo Signore e Sposo dell’umanità.

Sono i giorni dello Spirito, tempo in cui a ciascuno è dato di ritornare nel Giardino alla ‘Brezza del Giorno’ (cfr. Gn 3, 8) per camminare, senza paura, con il Padre.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Sono consapevole d’essere chiamato alle Nozze con Dio nella Profondità dei miei giorni?

So di essere un ‘Io Sono in divenire’?

 

a Per pregare insieme

In questo tempo troviamo uno spazio per l’adorazione eucaristica: lasciamoci illuminare da Cristo. Nel silenzio di un abbraccio ritrovato.

Buon cammino!

 

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Published in: on 27 marzo 2011 at 09:35  Lascia un commento  

n°38 anno 2011

Carissimi amici,

in questo numero del nostro Foglio di collegamento presteremo attenzione ai vangeli delle quattro domeniche di febbraio e a quello della prima domenica di marzo, che precede l’inizio del tempo di Quaresima.

I testi su cui offriamo a voi e a noi stessi delle pietre di guado vanno dal capitolo 5 al capitolo 7 del Vangelo secondo Matteo e fanno parte del cosiddetto discorso della montagna.

In essi sono tratteggiate le caratteristiche del credente cristiano.

Su queste mediteremo insieme.

 

a In ascolto

Quando s’intende attualizzare un brano biblico è necessario prima comprendere l’orizzonte della sua originaria comunicazione, ragion per cui è doveroso premettere quali siano i destinatari del lavoro di Matteo in modo da comprenderne le scelte redazionali.

Matteo scrive ad una comunità formata da giudeo-cristiani e pagano-cristiani.

La tendenza dei primi è di dare una grande enfasi alle Legge mosaica (cfr. il tema della circoncisione in At 15,1) con il pericolo di intendere  il cristianesimo semplicemente come un sentiero giudaico. La propensione dei secondi  è invece di affermare a tal punto la libertà dalla Legge da rischiare di respingere in blocco la spiritualità giudaica.

Da un lato s’intende la fede come una semplice esecuzione di norme e dall’altro la si vive soprattutto come un’immersione in esperienze carismatiche.

Matteo dunque sceglie le parole del Maestro più adatte a richiamare, la comunità a cui scrive, alla sua vera identità.

Tutti e tre i capitoli presentano Gesù seduto sul monte ad insegnare.

Il monte è, come oramai sappiamo, la cifra geografica delle manifestazioni di Dio. Lì dove Dio si rivela è sempre rivelata all’uomo la sua stessa identità.

Gesù insegna: letteralmente “segna dentro” i suoi ascoltatori. Scolpisce gradualmente in loro il cammino verso la Somiglianza.

Nella prima domenica leggeremo Mt 5, 13-16.

Gesù afferma che l’Uomo è sale e luce.

Il sale è ciò che esalta il sapore dei cibi ed è l’immagine del germe del regno di Dio in terra.

Se la terra non portasse la promessa del Regno non avrebbe sapore.

Di conseguenza più siamo sale, ovvero più permettiamo al regno di Dio di rivelarsi, più siamo luce “nella casa” (v. 15), quindi somiglianti a Dio, portatori dello splendore dei cieli in terra.

Fare spazio al ‘sapore di Dio’ nelle cose quotidiane ci permette di rischiarare gradualmente le tenebre che sono in noi e nell’altro e di divenire dei trasfigurati dalla luce, degli dèi.

Un’esperienza che raggiunge l’Uomo nella sua interezza di corpo, anima e spirito, non estranea, per esempio, a molti santi della Chiesa ortodossa.

Nella seconda domenica ascolteremo Mt 5, 17-37.

Rispetto alla Legge Gesù si pone non come colui che intende abolirla, bensì come colui che vuole portarla a compimento, verso una giustizia che integra e supera la legge del taglione.

Va fatta una premessa: per alcuni esegeti la parola “taglione” sembra non essere di origine ebraica ma latina ed indicherebbe le tavole della Legge; altri invece sostengono che derivi dalla parola ebraica tagmul che significa beneficio, retribuzione.

Nella cosiddetta legge del taglione non vi era alcuna idea di vendetta, ma una semplice constatazione: il male fatto all’altro da se è un male fatto a se stessi poiché l’Uomo è uno.

L’intento di Gesù in questo brano non si discosta dall’insegnamento di alcuni dei grandi profeti. Il richiamo è ad una osservanza della Legge a partire dal cuore.

“Avete inteso che fu detto: non uccidere… ma io vi dico: chiunque si adira col proprio fratello sarà sottoposto a giudizio” (vv. 21-22).

Le dieci parole date a Mosè, lungi dall’essere delle semplici norme di convivenza civile, erano un richiamo all’ontologia, ovvero alla verità della natura umana. Non comprendendole fino in fondo l’Uomo ne ha fatto lo steccato ipocrita tra il bene e il male, il puro e l’impuro.

Gesù richiama il credente all’intima verità della Legge, al rispetto dell’Umanità fin nei più piccoli dettagli della vita quotidiana, quelli che fanno un’esistenza intera e costruiscono ciò che siamo.

Se non abbiamo ucciso qualcuno con le nostre mani, ma lo abbiamo fatto con il nostro cuore non siamo giustificati dal significato letterale della Legge.

La terza domenica ci pone davanti il vangelo di Mt 5, 38-48.

Una pagina questa non semplice ma fondamentale. Vi è il richiamo a non opporsi all’avversario ed in ultima analisi ad amare chi ci avversa. Qual è il senso di questa pagina? Forse in essa Cristo ci insegna ad essere pavidi, ad amare il quieto vivere?

Tutt’altro. Porgere l’altra guancia significa lasciare emergere un altro lato di sé.

La sofferenza non è ontologica, è un male, ma può diventare sacra se la riconduciamo al suo carattere di prova. La prova è ontologica perché ci permette, una volta superata, di giungere ad una nuova consapevolezza. Arrivare ad amare ciò che ci ostacola è integrare la propria ombra.

Un cammino duro, ma possibile.

Nell’ultima domenica di febbraio leggeremo la meravigliosa pagina di Mt 6, 24-34.

Il credente cristiano è estraneo all’affanno della ricchezza. Per vocazione e scelta.

Sa che il Signore provvederà a tutto ciò di cui ha bisogno.

Se egli cercherà il regno di Dio, ci dice il vangelo, il resto gli sarà dato in aggiunta.

Come a dire che se avrà guadagnato la sua anima, rendendo a Dio ciò che è di Dio, dentro come fuori nulla mancherà.

Nella prima domenica di marzo il vangelo è quello di Mt 7, 21-27.

Non chi invoca il Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre. Egli sarà come una casa costruita sulla roccia che niente e nessuno potrà abbattere.

Spesso pensiamo che una fede fatta di preghiere vocali e partecipazione ai riti possa meritarci il cielo, ma Dio ci ricorda che solo nella Sua volontà sarà la nostra pace.

Quando l’ascolto della sua Parola sarà un tutt’uno con il fare della nostra vita, saremo noi la casa di Dio.

 

Il credente cristiano dunque è sale e luce, pronto ad esporre il proprio cuore alla Luce di Dio, a ritrovare la sua verità nella prova, ad abbandonarsi definitivamente nel Signore e nella Sua Parola.

Uno uomo e/o una donna in cammino verso il compimento, la santità possibile.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

La manifestazione pubblica di preghiere vocali, la partecipazione ai riti e certe passioni per le esperienze carismatiche (quali visite a Santuari e luoghi di presunte o reali apparizioni di Santi e Madonne) sono una sorta di carta d’identità del credente. Non dicono quasi nulla.

L’identificazione a Cristo va oltre e s’addentra nel cuore della nostra esistenza.

Sono io un cristiano da carta d’identità (tale per forma) o un cristiano dell’identificazione (tale per il ri-cor-do di Dio – per il dare continuamente il cuore a Dio -)?

 

a Per pregare insieme

In questo mese vi chiediamo di fare un piccolo esperimento per favorire la memoria di Dio durante la vostra giornata, cioè di portare in tasca una pietra.

In ebraico pietra si dice eben, parola che si scrive con tre lettere: alef, bet, nun.

Le stesse lettere si possono combinare in alef e bet e formare la parola Av, cioè padre, e con bet e nun così da formare Ben, cioè figlio. Eben risulta quindi dall’incastro di Av e Ben, di Padre e Figlio.

La pietra è dunque simbolo di legame e memoria della figliolanza divina.

 

APPUNTAMENTI DEL MESE

 

a Il 13 marzo ore 16.00, in via Sr M. Bolzacchi, 14 – Maschito (PZ) – inizia ‘La scrittura della luce. Corso di fotografia’ tenuto dal prof. Vincenzo Nesta.

Buon cammino!

 

 

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Published in: on 12 febbraio 2011 at 13:45  Lascia un commento  

n°37 anno 2011

 

Carissimi amici,

in questo mese siamo invitati a ripartire da zero, a riprendere dal principio le fila della vicenda di Gesù di Nazareth sin dall’inizio della Sua predicazione.

Potrebbe nascere allora un interrogativo: perché riascoltare ogni anno, di più – ogni giorno! -, la stessa storia? Perché rileggere le pagine bibliche se conosciamo la vicenda del popolo d’Israele, di Gesù di Nazareth?

Per quanto un libro possa essere affascinante ed anche educativo, non accade solitamente di leggere lo stesso libro così frequentemente come i cristiani fanno con la Bibbia, né tanto meno di farne il proprio punto di riferimento, la base su cui poggiare l’intera costruzione della vita.

Evidentemente la Bibbia non è un libro come gli altri e in questo numero vorremmo approfondire con voi il perché di questa differenza.

 

a In ascolto

 

Anzitutto la Bibbia non è un libro, ma una raccolta di più libri: 73 per l’esattezza.

I primi 46 libri formano un corpo chiamato Antico Testamento, ma che sarebbe bene chiamare con il nome più appropriato di Antica Alleanza. Essi raccontano, in forma narrativa e a volte poetica, la vicenda del popolo d’Israele e del suo Dio, dalla nascita del mondo, espressa in forma mitica nei primi dodici capitoli di Genesi, – passando per la storia dei patriarchi, dei re e dei profeti, fino ai libri sapienziali, tra cui una raccolta di canti, i Salmi – per arrivare cronologicamente a una cinquantina d’anni prima della nascita di Gesù Cristo.

I restanti 27 libri compongono il Nuovo Testamento, meglio la Nuova Alleanza. I primi 4 libri di questa seconda parte delle Sacre Scritture sono i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Segue il libro degli Atti degli apostoli, che racconta gli inizi della Chiesa, ovvero della comunità dei discepoli di Cristo. Dopo gli Atti troviamo le lettere di Paolo – il materiale più corposo – e di altri discepoli. Le lettere sono indirizzate per lo più a comunità cristiane, ma vi sono anche alcune destinate a singoli. Si tratta di scritti occasionali, ovvero nascenti da concrete esigenze di evangelizzazione e per questo conservano una grande vitalità.

La Bibbia si conclude con il libro dell’Apocalisse, una rivelazione, come il titolo stesso afferma, del Vangelo di Cristo in chiave simbolica, ricca perciò del vocabolario tipico delle visioni profetiche.

Detto questo, tuttavia, non è ancora chiaro il perché del ruolo della Scrittura – fruita quotidianamente – nella vita del credente cristiano.

Senz’altro il fascino della testimonianza gioca un ruolo importante: leggere l’esperienza di uomini e donne nutriti e maturati dalla fede in Dio è edificante.

Tuttavia questo ruolo possono averlo anche le vite dei santi a cui però i cristiani non danno lo stesso carattere fondante che attribuiscono alla Scrittura.

Dunque c’è di più.

Entriamo ovviamente in un campo che va oltre la critica storico-letteraria del testo, pur restando questa molto importante, anche oltre il valore di testimonianza ed entriamo nel campo della RELAZIONE.

La Sacra Scrittura non è semplicemente il diario di bordo d’una esperienza vissuta, ma una realtà viva e palpitante, un roveto che arde e mai si consuma.

Perché la Bibbia è Parola di Dio.

Questo carattere gli viene dal fatto di essere scritta “per ispirazione dello Spirito Santo” (DV 9)[1].

L’ispirazione è la discriminante che fa della Bibbia un testo sacro.

A differenza di ciò che è ritenuto per il Corano, libro sacro per l’Islam, i cristiani non credono che gli agiografi abbiamo scritto sotto dettatura dello Spirito o di un angelo di Dio.

L’ispirazione è un moto interno, attraverso cui l’umano linguaggio si riempie, si ammanta di Spirito.

Nella concretezza di un linguaggio che risente del tempo e della cultura in cui il testo è stato composto, si manifesta lo Spirito di Dio.

E come si manifesta?

“Lo Spirito è un ‘vento divino’ (Gn 1, 2), è una forza elementare: lo Spirito si librava sull’abisso all’inizio della creazione, lo Spirito investiva tumultuosamente l’eroe Sansone e lo spingeva alle gesta salvatrici del suo popolo (Gdc 13, 25), lo Spirito convergeva dai quattro punti cardinali e vivificava le aride ossa che Ezechiele, il profeta, contemplava (Ez 37, 9); lo Spirito era pure un soffio divino che vivificava Adamo e una brezza soave che mitigava l’angustia di Elia (1Re 19, 12), e un quadruplice docile vento che si posava sopra il rampollo di Jesse (Is 11, 1-2); lo Spirito è un vento tempestoso e lingue di fuoco il giorno di Pentecoste (At 2), ed è suggeritore a bassa voce dell’invocazione ‘Padre’ (Gal 4, 6; Rm 8, 15), ed è dispensatore di doni e di carismi policromi nella Chiesa di tutti i tempi (1 Cor 12, 4-11). Così dobbiamo immaginare lo Spirito: forte e liberissimo, attivo e molteplice, presente e invisibile. E in tale contesto dinamico e aperto dobbiamo immaginarci l’ispirazione dei libri sacri”.[2]

Ma se lo Spirito che ha ispirato gli agiografi è lo stesso che abita in noi come in un tempio cosa ne consegue? Che la Scrittura, come dicevamo più in alto, è viva ed operante.

E se lo stesso Spirito con cui il Signore ha creato il mondo e noi è presente e attivo nella Scrittura quale potenza ha la Parola di Dio? Una potenza creatrice, vivificante, santificante…

Lo Spirito di cui il Cristo crocifisso si è lasciato spogliare e poi rivestire nella resurrezione è lo stesso Spirito che rende la lettera morta del testo un luogo di rivelazione.

Quale tesoro dunque nelle nostre mani, nei nostri cuori!

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Il Cristianesimo, l’Islam, e l’Ebraismo sono le tre grandi religioni del libro.

Ogni cristiano dunque si contraddistingue per un grande amore alla Scrittura, la conserva con cura nella sua casa, se ne nutre quotidianamente, ne fa oggetto di meditazione.

Qual è il mio rapporto con la Scrittura? Sono consapevole che entrare in relazione con la Parola di Dio è entrare in una storia di Alleanza nuziale con il Signore?

 

a Per pregare insieme

Ignorare la Scrittura è ignorare Cristo, afferma San Girolamo, innamorato della Parola.

In questo tempo riscopriamo la bellezza della Lectio divina.

Mettiamoci in ascolto dello Spirito, leggiamo (lectio) la Parola, meditiamola (meditatio) in silenzio lasciando che scenda nel cuore, prendiamone un ‘boccone’ da ruminare tutto il giorno, preghiamo (oratio) con la luce che quella particolare Parola di Dio ha dato alla nostra vita, trasfiguriamo i nostri atti (actio) al fuoco della Scrittura.

 

 

APPUNTAMENTI DEL MESE

a Ogni venerdì alle 20.30, presso la Comunità Monastica di Cerreto – località Boscomonte, Venosa -, Lectio Divina comunitaria.

 

a Sabato 5 febbraio ore 19.30, in via Sr Maria Bolzacchi, 14 – Maschito -, continuano le Lezioni di Betania: pomeriggio di psicologia su “Le verità del legno”, interverrà la dott.ssa A. Rinaldi, psicologa.

 

 

 

Buon gennaio!

 

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[1] DV sta per Dei Verbum, si tratta di una delle nove Costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II, quella relativa alla Scrittura.

[2] L.Alonso Schökel, La Parola ispirata, Paideia, Brescia 19692, pag.13.

 

Published in: on 13 gennaio 2011 at 14:10  Lascia un commento  

Dono di Natale n°36 anno 2010

Carissimi amici,

il tempo di Natale è il tempo per eccellenza dell’Emmanuele, ovvero del “Dio con noi”.

A Natale facciamo memoria del suo avvento nella carne, fra le strade del nostro mondo – in particolare nella terra d’Israele – ed esercitiamo altresì il ricordo costante della Sua Presenza in mezzo a noi e del Suo ritorno.

Dio è con noi, non possiamo dubitarne dopo Cristo Nostro Signore fattosi uomo fra gli uomini.

Ma come essere noi con Cristo?

La preghiera è scala che ci unisce a Dio, luogo d’incontro, terra santa la cui visita ci permetterà di cantare, sempre e ovunque, la Presenza del Signore.

Per formularvi i nostri auguri di Natale abbiamo così scelto di donarvi alcuni spunti per un cammino di preghiera autentico, nella speranza che possano essere utili alla vostra vita.

Fanno parte dell’inserto che trovate nel Blog di Betania e che ha titolo “Mistica Quotidiana. Ovvero diario di un cristiano qualunque”.

In ascolto

 

La preghiera

A seconda dell’idea che si ha della preghiera può considerarsi facile o complessa la sua pratica.

E’ più facile, per esempio, fare certe preghiere vocali personali, pregare a voce spiegata in comunità, avere una comunicazione con Dio che equivalga, in un certo modo, al parlare in pubblico con il proprio amato.

Certamente tra due amanti che siano tali, anche in pubblico, si percepisce l’intimità e così basta uno sguardo per intendersi, per riaccendere l’amore.

Una coppia che non faccia tuttavia realmente esperienza d’intimità, che non cerchi spazi e tempi per dimorare nel cuore l’uno dell’altra e scambiarsi il nettare della vita (idee, sentimenti, percezioni, silenzi…), non potrà manifestare nessuna intesa all’esterno.

Con il Signore è lo stesso.

Se alla preghiera suddetta non corrisponde una esperienza di Dio il rischio è che ci si fermi sempre ad una relazione superficiale, incapace di intessere della  propria bellezza, tipica d’ogni amore, la trama del vissuto quotidiano.

Ma come fare ESPERIENZA DI DIO?

Il mistico è proprio l’artigiano di tale esperienza, artigiano e non operaio salariato, poiché la preghiera non è un do ut des, come non lo è l’amore quando è autentico.

L’artigiano è un creativo ma allo stesso tempo è ben ancorato alla realtà, sa che il suo operato non sarà senza fatica e perciò si arma di pazienza e buona volontà.

Per fare esperienza del Signore occorre un cuore aperto al nuovo di Dio, ma altresì fermezza.

La preghiera non può essere un piacere/dovere che ci si concede ogni tanto: bisogna pregare sempre. San Paolo ammonisce “incessantemente” (1Ts 5, 16).

La preghiera deve essere perseverante: anche quando siamo pigri non dobbiamo abbandonarla.

Così come non si abbandona il dialogo col proprio sposo, anche diversamente articolato, allo stesso modo non bisogna abbandonare Dio.

La preghiera deve inoltre utilizzare lo strumento di  un metodo.

Come l’artigiano non può scavare il cuore del legno senza i suoi arnesi così il credente non può fare a meno di un po’ di tecnica per avviarsi alla preghiera.

Questo potrà far storcere il naso a molti, poiché si potrà obiettare che la preghiera sia un dono della grazia. Ma se è vero, come è vero, che la grazia suppone la natura, è questa natura umana che dobbiamo aiutare a farsi docile nei confronti della grazia. Mariano Ballester[1] afferma che il ruolo del metodo è quello d’insegnarci ad aprire la porta a Colui che bussa. Dunque, posizione del corpo, luogo, atmosfera, silenzio e concentrazione sono una sorta di porta aperta a Dio che nella preghiera viene a visitarci.

“Se il Signore non costruisce la casa invano faticano i costruttori” potrebbe essere, in questo caso, tradotto con la celebre affermazione di Sant’Ignazio di Loyola, il quale consigliava di compiere ogni cosa come se tutto dipendesse da noi, sapendo tuttavia che ogni cosa dipende da Dio.

 

Il corpo e la preghiera

Siamo una unità di corpo, anima e spirito, per cui se il corpo, nella preghiera, non ha una posizione consona a quello che lo spirito fa in quel momento, sarà difficile pregare davvero.

Sarà una lotta schizofrenica!

Esistono diverse posizioni corporee che aiutano la preghiera e ciascuno può trovare la sua.

E’ importante tuttavia che tale posizione sia un armonioso equilibrio: tutto deve ruotare attorno al baricentro nello spazio ventre-bacino. E’ questo il punto di equilibratura del corpo intero (Hara per i giapponesi).

Tenendo presente questa essenziale premessa, vediamo le posizioni più conosciute.

 

IN PIEDI. I giudei, di conseguenza anche Gesù di Nazareth, generalmente pregavano in piedi.

Questa posizione implica prontezza nell’ascolto e disponibilità nel compiere la volontà di Dio in maniera responsabile. Da adulti.

LE BRACCIA possono stare in differenti posizioni:

  • allargate e stese in avanti: atteggiamento ricettivo;
  • aperte, in forma di croce: esprimono disposizione e prontezza;
  • raccolte sul petto assieme alle mani: sono espressione di raccoglimento, intimità.

GLI OCCHI possono restare:

  • chiusi: ciò indica già di per sé raccoglimento;
  • socchiusi: se la prima variante sollecita troppo l’immaginazione;
  • aperti e rivolti in un determinato punto (un’immagine sacra, una candela ecc.)

L’immobilità oculare aiuta la quiete interiore.

 

SEDUTI. Questa posizione ha diverse varianti.

Ci si può sedere su una panca, appoggiandosi alla spalliera e lasciando cadere morbidamente le mani sulle cosce, con i palmi rivolti verso l’alto (accoglienza) o verso il basso (interiorizzazione).

Esiste inoltre la cosiddetta posizione del loto, nota nello yoga, che vede il soggetto seduto per terra – o su di un cuscino – a gambe incrociate e con le braccia e le mani sulle cosce.

Questa posizione è importante perché permette alla colonna vertebrale di far perno esclusivamente sul proprio Centro (di cui parlavamo più sopra) e ciò non è senza ripercussioni su tutto il Cammino.

Si può inoltre sedere nel modo chiamato carmelitano: in ginocchio, seduti sui talloni, con le punte dei piedi lievemente giunte e i talloni un po’ divaricati.

Le braccia devono cadere liberamente, con le mani appoggiate sulle cosce (esiste un panchetto che aiuta a tenere questa posizione!).

Tale posizione indica umiltà, accoglienza, disponibilità.

 

PROSTRATI. La prostrazione per terra è la posizione di massima umiltà  e, di conseguenza, indica e stimola l’adorazione più profonda.

La posizione scelta deve risultare comoda, ci si deve sentire a proprio agio: ciò sarà segno che si è ottenuta una buona distensione muscolare e nervosa.

 

Il luogo della preghiera

Quando ci si è “allenati” molto nella preghiera è possibile che il cuore preghi anche in mezzo al mercato… ma solitamente è necessario un luogo che ci aiuti a raccoglierci in preghiera.

Scegliamo allora l’angolo giusto di una cappella, di una chiesa.

Tuttavia, se ne abbiamo la possibilità, è bene che ci creiamo un angolo di preghiera in casa, nella stanza a noi più intima.

Un tappeto, un cuscino, un’immagine sacra, una candela… ognuno può crearlo come crede.

E’ importante avere questo riferimento concreto nella propria abitazione.

Attendere che Dio venga a noi nella preghiera in un luogo che ci aiuti a pregare non è cosa da poco.

 

Il tempo della preghiera

Ognuno può scoprire qual è il momento della giornata più adatto alla preghiera. Notare che stiamo parlando della “preghiera personale”, non della Liturgia delle Ore che ha i suoi tempi ben scanditi.

Il mattino presto va bene per chi ha la personalità dell’allodola e si sveglia già fresco e pronto alla giornata. Chi non avesse queste caratteristiche meglio che rinunci al mattino come tempo per la preghiera personale, perché questa gli risulterà difficile e a poco a poco la abbandonerà.

Il primo pomeriggio, fatta eccezione per i casi in cui si è mangiato troppo, è un buon tempo, così come la sera, quando tutto è più calmo e il giorno ha smesso ormai i suoi panni da lavoro. Salvo il va e vieni di tutta la famiglia riunita! J

C’è poi chi, avendo una costituzione del tipo gufo, alla sera è così ben desto da potersi concedere un tempo notturno di preghiera personale.

A ciascuno il suo tempo…

 

Un po’ di tecnica

 

Siamo nel luogo della preghiera, nel momento della giornata che abbiamo scelto, nella posizione corporea che più si adatta a noi… ma ciò non basta.

Quando cerchiamo la concentrazione una marea di pensieri e immagini cominciano ad affollare la nostra mente e ci distraiamo con molta facilità.

E’ così difficile svuotare la mente! Siamo così abituati a pensare che neanche ce ne accorgiamo mentre lo facciamo.

Quando si cerca il silenzio interiore il più delle volte si comincia una lotta svilente contro i pensieri, con il rovinoso esito di “pensare a non pensare”! J

La cosa più saggia da fare allora, è lasciar scorrere i pensieri, lasciarli scivolare come una corrente d’acqua che è lontana da noi e non può bagnarci. Una corrente da offrire a Dio.

Pensieri ed emozioni, tutto ribolle dentro noi quando vogliamo entrare in preghiera.

In realtà è che solo in quel momento ci stiamo davvero ascoltando, stiamo ponendo attenzione al nostro universo interiore. Pensieri ed emozioni erano in noi già prima, ora li stiamo guardano in faccia.

Dunque nessuna guerra, sarebbe uno sforzo vano.

Piuttosto accettiamo questa realtà, nella pace, ponendola nelle mani del Signore e, poco alla volta, non sarà più un ostacolo alla concentrazione.

Una posizione corporea adatta, come già detto, aiuta molto.

E’ importante inoltre porre attenzione al nostro RESPIRO.

Ascoltiamo il nostro respiro senza forzarlo.

Il respiro ci nutre, dona energia vitale a tutto il nostro essere. “Solo il simile conosce il simile” (Origene), così il nostro respiro ci aiuta ad entrare nel Respiro di Dio: a porre il nostro spirito ne Suo Spirito.

E’ un va e vieni dolce. Come la brezza del giardino dell’Eden, descritta nel mito biblico della Creazione, al cui soffio l’Uomo incontra il suo Dio.

Al respiro, gradualmente, aggiungiamo un MANTRA, una frase, una parola che ci permetta di raccoglierci in Dio.

Come dimostrano numerosi studi le parole hanno la capacità di mutare, con le loro vibrazioni, la materia.

Sono da prediligere frasi e parole brevi, delle grida d’amore, che non diano troppo spazio alle argomentazioni e permettano al centro del nostro essere, il Cuore nell’interpretazione biblica, di mirare dritto al Signore.

Personalmente – e le mie parole trovano conferma in trazioni secolari – ho sperimentato la forza e la bellezza della Preghiera del Cuore, detta anche di Gesù.

Essa si modula sulla ripetizione dell’invocazione: <<Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!>> o invocazioni simili.

La ripetizione, modulata con il respiro, non deve stancarci perché porta presto i suoi frutti.

 

Non pretendiamo una subitanea familiarità con il silenzio. Ad esso ci si educa.

Dobbiamo aiutare la nostra natura affinché la grazia possa essere in essa accolta.

E anche dopo anni di esperienza non illudiamoci di poter fare a meno di un po’ di tecnica. Ricordiamoci che, nella vita mistica, se non si progredisce si regredisce.

Il Signore Dio si da a noi come e quando vuole, anche in mezzo alla folla e alle occupazioni quotidiane, ma siamo noi sempre vigili per accoglierlo?

Dio desidera SEMPRE  porre la Sua dimora in mezzo a noi. Ogni istante è per Lui l’Ora della salvezza. Tuttavia la nostra Attenzione è spesso malata, distratta.

Agostino d’Ippona affermava: <<Temo che il Signore passi ed io non me ne accorga>>.

Occorre capacità di meraviglia, forza di volontà, umiltà vera e tanta gratitudine per crescere nella Attenzione alla Presenza di Dio.

Di preghiera in preghiera, se il Signore lo vuole, saremo condotti alla preghiera profonda che è l’incontro silenzioso con Dio-Sposo dell’Umanità-sposa, in cui io – così come sono – dimoro in Dio e Lui – così come sono – dimora in me.

Allora saremo consapevoli di essere, da sempre, una incoabitazione trinitaria.

 

Ricorda che: Tutto serve nella vita mistica. Nulla serve nella vita mistica.

 

 

 

 

 

 

 

Appuntamenti

Domenica 2 gennaio, presso Casa Sancta Maria a Montalbo,

per “Le giornate di Boscomonte”: L’abete e gli alberi natalizi

 

ore 8.00 Mattutino

ore 9.00 prima lezione

ore 11.30 Eucaristia

ore 13.15 pranzo

ore 17.00 seconda lezione

ore 18.30 Vespri

 

Sabato 5 febbraio riprenderanno le Lezioni sul Mito, vi daremo maggiori informazioni nel prossimo numero di Betania.

 

 

 

 

 

Buon Natale del Signore!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] M. BALLESTER, Figli del vento, San Paolo, Milano 1998.

 

Published in: on 23 dicembre 2010 at 20:31  Lascia un commento  

n°35 anno 2010

 

 

n°35 anno 2010

Carissimi amici,

il percorso che l’Avvento ci presenta è, in piccolo, ciò che ciascuno di noi dovrebbe vivere nel corso della sua vita, ecco perché il tema sul quale vogliamo sollecitare la nostra meditazione è: essere la sposa che partorisce.

L’umanità tutta è, rispetto a Dio-Sposo, la sposa che riconoscendo in sè il Seme di Dio, è chiamata per tappe successive a generarlo.

Quali sono queste tappe è ciò che in breve ci illustreranno le domeniche d’Avvento.

a In ascolto

Nella prima domenica d’Avvento le letture di riferimento sono Is 2, 1-5 e Mt 24, 37-44.

Nel brano di Isaia troviamo al v. 5, l’invito rivolto alla casa di Giacobbe a camminare nella luce del Signore, nel Vangelo invece c’è un richiamo alla veglia nella notte.

Il cammino dell’uomo è costituito da un percorso di luce e tenebre, o come direbbe la mistica ebraica di compiuto e non ancora compiuto. Il cammino verso la luce, ovvero verso il compimento di se stessi e quindi di Dio in noi, deve passare necessariamente attraverso le tenebre, il non compiuto. L’aspetto tenebra non deve essere represso ma vissuto nel suo potenziale di compimento.

Ciò non vuole dire che la rabbia ci condurrà a gesti estremi, ma che l’energia di quell’istinto, canalizzata, ci farà crescere nella conoscenza di noi stessi.

Nel Vangelo di Matteo Gesù fa riferimento a Noé e al diluvio universale: questo rende ragione di quanto detto finora.

Le acque simboleggiano l’incompiuto, esse sommergono la terra perché l’umanità è essa stessa incompiuta.

Gesù ci esorta a vegliare nelle tenebre per convogliare gli istinti verso il loro potenziale di compimento.

Nella seconda domenica vi rimandiamo alla lettura di Is 11, 1-10 e Mt 3, 1-12.

Isaia ci presenta, profeticamente, la figura del Messia come Germoglio e ci richiama ad una immagine molto importante che è quella della cintura ai fianchi.

In Matteo troviamo invece Giovanni con i fianchi cinti e sadducei e farisei paragonati ad alberi senza frutto.

Germoglio è il nome che viene attribuito a Cristo anche nelle antiche antifone della Novena di Natale. Egli è la “Specie” da cui discende l’umanità e dunque chi diviene albero da frutto è colui che fa spazio in sé al Germoglio, di conseguenza gli uomini descritti nel Vangelo non hanno fatto spazio a Dio, ponendo essi stessi la scure alla radice degli alberi (cfr. v. 10).

La cintura che cinge i fianchi poi, è simbolo, in moltissime tradizioni, dell’uomo che raccoglie tutte le sue energie per convogliarle verso il proprio compimento.

Sia in Isaia che in Matteo troviamo questo simbolo, nel primo con riferimento al Messia, discendente di Davide, nel secondo accostato al Battista. In entrambi i casi si parla di un cammino verso il compimento quindi di un uomo che, raccolte le proprie energie, cammina verso la luce.

Se nella prima domenica d’Avvento siamo chiamati a riconoscere le nostre energie incompiute, i nostri istinti, nella seconda l’invito è a costruire, attraverso il loro potenziale, la nostra identità.

Nella terza domenica ascolteremo Is 35, 1-6a-8a-10 e Mt 11, 2-11.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla profezia di Isaia che annuncia la promessa della salvezza, la quale si manifesta attraverso la metafora della terra che fiorisce e l’evento della salute dell’Umanità malata.

In Matteo la promessa si compie nei giorni e nelle opere di Gesù Cristo.

La terra rappresenta il compiuto, dunque l’Uomo nella graduale consapevolezza della sua divinità: la salvezza infatti, che il Signore è venuto a portare, è proprio in questo ritorno alla natura ontologica dell’Uomo che è divina. Un ritorno alla sua vera identità.

Entrato nel compimento della salvezza, l’Uomo è completamente trasfigurato, nel suo spirito, nella sua anima, nel suo corpo, e dunque gli occhi dei ciechi si aprono, gli orecchi dei sordi si schiudono (cfr. Is 35, 5).

Nella quarta domenica presteremo attenzione a Is 7, 10-14 e Mt 1, 18-24.

La profezia di Isaia sulla vergine che concepisce si attua in Maria che partorisce il Figlio di Dio.

In un canto popolare spesso ascoltiamo che Maria è l’irraggiungibile: niente di meno aderente alla verità! Ciascuno di noi, infatti, è chiamato ad essere la vergine-sposa che partorisce Dio.

Come già detto l’umanità è rispetto a Dio la sposa: Maria è l’archetipo del cristiano, colei che ha concepito il Cristo nella sua carne, poiché lo ha accolto in tutti gli spazi della sua vita.

Essa è dunque l’Umanità perfettamente compiuta. Il suo cammino di accoglienza di Dio in sé è talmente autentico da generare in Lei il Figlio di Dio.

 

Possa l’Avvento essere per ciascuno di noi il Ritorno, una possibilità per riprendere il cammino verso il nostro compimento: Dio in noi.

Ciascuno possa riconoscere le proprie tenebre, convogliarle verso la luce, entrare nella salvezza e generare Dio.

 

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Il tempo d’Avvento è per eccellenza il tempo di Maria fattasi “terra del cielo”.

E’ Maria di Nazareth l’archetipo del mio essere vergine-sposa che concepisce Dio?

a Per pregare insieme

 

“Fiorì il Germoglio di Iesse,

l’albero della vita,

ha donato il suo frutto.

Maria, figlia di Sion,

feconda e sempre vergine,

partorisce il Signore”.

 

(Dall’ inno dell’Ufficio delle letture del Natale del Signore)

 

 

 

 

APPUNTAMENTI DEL MESE

Il 21 dicembre alle ore 19.00, presso il Castello “Pirro del Balzo” di Venosa

avremo l’onore di ospitare, con la nostra Comunità monastica di Cerreto,

Rahel Israeli, in arte Shazarahel, autrice del libro “DNA Ebraico. Conessione fra scienza e Kabbala”. Il testo sviluppa le importanti connessioni che oramai sembrano far convergere la scienza e la mistica.

Un appuntamento davvero iperdibile!

 

 

 

Buon Avvento!

 

 

http://antoniomarianna.wordpress.com/

 

Published in: on 26 novembre 2010 at 17:11  Lascia un commento  

Betania n°34 anno 2010

Carissimi amici,

il mese di Novembre è solitamente caratterizzato da una riflessione sul senso ultimo delle cose.

L’anno liturgico è al termine e siamo nel cuore dell’autunno, la stagione per eccellenza della mutazione. La terra si trasforma e lì dove sembra esserci la morte della natura, si prepara in realtà la matrice di una nuova nascita.

La meditazione sulla morte è stata ciò che nei secoli passati ha caratterizzato maggiormente la spiritualità cristiana: ricordare il termine della vita poneva in luce l’aspetto penultimo di tutte le cose.

Oggi è ancora così?

Sì e anche no.

E’ vero che veniamo nudi al mondo e nudi ritorneremo alla madre terra e che il cristiano è disponibile a lasciarsi spogliare di tutte le aderenze inautentiche per concentrarsi sull’essenziale, ma “non è la realtà ultima legata alla pen-ultima e da qui giù giù fino all’ultimo granello di sabbia?

La realtà ultima è così estranea e trascendente, così interamente altra da non avere alcuna relazione con gli sforzi terreni dell’uomo?”.[1]

Se un tempo l’atteggiamento del cristiano era concentrato sul sovrastorico, sull’eterno, sul perenne, oggi vi è una coscienza transtorica della realtà: nel tempo e attraverso il tempo l’uomo può scoprire la pienezza dell’essere.

Il simbolo (sin-ballein: mettere insieme, unire) cristiano per eccellenza di questa coscienza è la Trasfigurazione: in essa è il massimo esempio di sacra secolarità, ovvero di quella capacità di vedere nel quotidiano il sacro.[2]

Ciò non dovrebbe far storcere il naso a nessuno, visto che è stato proprio Nostro Signore ad abbattere la separazione tra sacro e profano. Tuttavia sappiamo bene che la tendenza a dividere (dia-ballein) non è poco diffusa soprattutto nei nostri ambienti latini, dove ancora si adopera la terminologia “seguire da vicino Cristo” per i religiosi che hanno “abbandonato il mondo” e l’affermazione velatamente contraria per i laici.

Dunque, in questo mese, lasciamoci mutare dalla sacra secolarità, che più che farci riflettere sulle cose ultime, ci apre un varco nell’interiorità, luogo della memoria del Fine di tutte le cose.

 

In ascolto

Il mese inizia con la solennità di Tutti i Santi la quale richiama molto la Trasfigurazione, poiché santi sono coloro che fanno spazio a Dio nei loro giorni, nelle loro ore, e gli permettono di abitare ancora la terra.

Il vangelo di questo giorno (Mt 5, 1-12a) è quello delle Beatitudini. Basterebbe leggere e rileggere lentamente questa pagina, fino a farla entrare nel più profondo dell’essere, per sentire tutta la capacità trasformatrice di queste parole di Cristo!

Esse non sono un giudizio sull’operato dell’uomo, ma l’annuncio di ciò che Dio fa nell’uomo.

Per esempio: “Beati voi quando vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia (…), esultate”, ovvero riconoscete d’essere nel cammino dell’esodo che vi conduce dalla schiavitù della fama, alla verità di voi stessi che Dio ha seminato in voi.

In ogni beatitudine cerchiamo l’opera di Dio nella nostra storia.

Nella I domenica di Novembre ascolteremo un vangelo molto particolare (Lc 20, 27-38), quello in cui, in una discussione circa la resurrezione dei morti, viene presentato a Gesù il caso di una donna che è stata “presa” da sette mariti, senza che nessuno abbia potuto “suscitare discendenza”.

La domanda degli interlocutori sadducei è: “di chi sarà moglie questa donna nella resurrezione?”.

Gesù risponde: “I figli di questo secolo sposano e sono sposati. Ora quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo e la resurrezione dei morti, né sposano né sono sposati. Infatti neppure possono più morire”.

Cosa vuol dire, che forse gli sposi in paradiso saranno degli estranei?

No.

Contestualizziamo e cerchiamo poi anche di andare oltre il contesto.

La Legge di Mosè prevedeva alcune norme tese a garantire a ogni maschio la discendenza, in modo che i padri avrebbero potuto vedere, attraverso gli occhi dei figli, il Messia atteso.

Questa discendenza aveva, come è ovvio, anche valore di conservazione della specie, dava vita a chi poi moriva. Il nome resisteva nei figli!

Andiamo più a fondo.

Il nome più importante, per gli Ebrei, in realtà, non è quello legato al clan familiare, ma il Nome di Jhwh, il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe. Ciò sarà richiamato dai profeti come un ritorno al cuore.

In questa ricerca di suscitare una discendenza da parte dei sette fratelli possiamo vedere un tentativo, miseramente fallito, di fare all’esterno ciò che invece doveva principalmente essere compiuto all’interno. “Prendere” moglie non suscita vita poiché ciò che si intende generare sono “mortali” che con la loro esistenza protestino contro la morte.

“Suscitare discendenza” è, in un senso più profondo, lasciare che il Nome di Dio raggiunga la Sua piena maturazione nella nostra vita e in quella di quanti ci vengono donati. Mutare, attraverso le nozze con l’altro da me, il diverso, vuol dire lasciare che Dio sia generato in noi.

Nella Resurrezione, afferma il Cristo, la maturità umano-divina è compiuta, perciò non ci si sposa più, ovvero non si ricerca la vita perché si è nella Vita.

Questa pagina ci permette anche di dire che le nozze cristiane non sono salvaguardia della specie, ma specifico sacramento dell’epifania del volto, dunque non saranno più necessarie – ugualmente come non sarà necessaria la forma della vita religiosa – quando tutto e tutti saremo nella visione del Volto di Dio, che i nostri volti ci hanno ricordato per tutta la vita.

Ma se ciò che resta, alla fine, è l’amore, questo – siamone pur certi – non passerà.

Nella II domenica il vangelo di Luca (Lc 21, 5-19) ci presenta una pagina apocalittica, termine che non ha come sinonimi distruzione e morte, ma che vuol dire rivelazione (dal greco apokalyptein= rivelare).

Nel vangelo in questione Gesù mette in guardia i discepoli sulla caducità delle cose che ora ammirano, come ad esempio l’imponente Tempio di Gerusalemme, vanto d’ogni pio ebreo.

I discepoli sono desiderosi di conoscere i segni della fine, il quando, ma Gesù li invita ad un altro tipo di attenzione: “Attenti a non essere ingannati, poiché molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono! (…) non andate dietro loro”.

Cosa vuol dire?

Nelle vicende della vita, non sempre facili e prive di sofferenza, si è spesso tentati di prendere delle scorciatoie, che ci diano l’illusione di un raggiungimento più sicuro e più immediato della pace, della serenità, della salute.

Lasciamo che altri cavalchino sulle nostre teste: che sia la famiglia, i parenti, gli amici, seguiamo una strada che non ci appartiene. L’Io sono che ci da vita e ci conserva nell’esistere non è quello del nostro profondo divino, ma della logica corrente, del facile guadagno, dell’approvazione pubblica.

E’ la storia di sempre… per diventare dèi, diamo retta a chi Dio non è!

Dimentichi del Fine, andiamo dietro a maschere, lasciamo che le cose smettano d’essere Parola e divengano inganno.

Ma Gesù afferma: “Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite”.

Tutto può essere distrutto: le guide che ieri ci sembravano le più sicure, i valori che credevamo i più stabili e duraturi, le nostre personali sicurezze!

Ma l’Io sono, Dio in noi, Colui di cui parlano tutte le cose, non può essere distrutto e afferrati da questa verità abbiamo fede che neppure un capello del nostro capo perirà (Cfr. v.18).

Nella III domenica di Novembre, solennità di Cristo Re, il vangelo di Luca (Lc 23, 35-43) ci da l’immagine più eloquente di quanto possa costare lasciare spazio all’Io sono in noi fino a divenirlo compiutamente, quanto entrare nella storia, nelle cose, nella quotidianità sia imprescindibile dal cammino per divenire dèi, secondo la nostra natura.

Cristo è in croce e viene deriso poiché avendo salvato-sanato molti, ora non è capace di salvare se stesso da una morte così atroce e ignominiosa.

Oltre alla derisione ci sarà stato anche lo sbalordimento dei Suoi, nel vedere il Maestro fare quella fine… è così per chiunque veda il proprio maestro alla stregua di ogni altro uomo…

Ma la lezione è la più alta che ci sia.

Gesù volontariamente non scende dalla croce.

Fino all’ultimo è Uomo, non rinuncia alla Sua umanità e procede sicuro verso il Padre, anche nell’ora del Suo più grande silenzio.

Non si tratta di una dimostrazione stoica di forza nel patire, si tratta di fare la propria parte. Fino alla fine. Gesù in croce fa la Sua parte senza sconti.

E’ incredibile, eppure è così.

Per trovare il Fine ultimo delle cose, della vita tutta, il Figlio di Dio ci dice che bisogna attraversare la realtà, lasciarsi spaccare dalla vita concreta, senza fughe, senza scorciatoie.

E’ un Re strano, con una corona di spine – perché il mondo è alla rovescia e non sa riconoscerlo -.

La regalità di Cristo è la nostra regalità, ciò a cui tende tutta la nostra vita, un coronamento di tutto l’essere in Dio, che non può non passare per il crogiuolo del tempo e dello spazio, comunque questi siano.

 

Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Ogni ora è una porta su Dio. Ogni ora è un baratro sull’ignoto.

Tocca a noi scegliere da che parte guardare la realtà.

Io da che parte sto?

Per pregare insieme

“Signore , tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.
Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.

Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni di afflizione,
per gli anni in cui abbiamo visto la sventura.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e la tua gloria ai loro figli.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rafforza”.

(Salmo89)

 

 

Buon Novembre!

 

 

 

N.B.

La “Lezione del mese” sarà sul Mito in Letteratura.

Vi daremo i dettagli il prima possibile.

 

 

 

http://antoniomarianna.wordpress.com/


[1] R. Panikkar, La sfida di scoprirsi monaco, Cittadella, Assisi 1991, pag. 150.

[2] Cfr. Idem, p.106.

 

Published in: on 29 ottobre 2010 at 20:10  Lascia un commento  

Betania n°33 anno 2010

Carissimi amici,

i Vangeli del mese di ottobre ci invitano a meditare sulla fede, senza dubbio un tema trattato in lungo e largo in diversi contesti e non privo di fraintendimenti.

Per la maggior parte dei cristiani d’occidente con il termine fede s’intende subito o l’adesione intellettuale al depositum fidei che ci è stato trasmesso dagli Apostoli o un sentire che tocca le corde dell’emotività attraverso il rito.

Sia il primo che il secondo aspetto hanno caratterizzato, fin troppo, il modo di credere di molti uomini e donne, tanto da divenire quasi una chiave univoca d’interpretazione del fatto religioso.

Il punto è che, prima di essere stato tramandato, il deposito della fede è stato sperimentato in un incontro con il Cristo risorto da coloro che ce ne hanno dato notizia.

La fede è dunque originariamente una esperienza. Né solo un fatto intellettuale, né solo un fatto sentimentale. E’ un evento che avviene nell’uomo.

Ridurre ad un movimento di adesione esclusivamente intellettuale la fede o ad un religiosità affettata sarebbe snaturare la sua realtà personale e riguardante l’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito.

Molto ci sarebbe da dire, ma il nostro compito è dare solo piccole tracce meditative!

a In ascolto

Il Vangelo della prima domenica (Lc 17, 5-10) si apre con una richiesta degli apostoli al Signore: ”Aumenta la nostra fede”. La richiesta viene posta in seguito al racconto di alcune parole forti del Signore che mostrano, come dicevamo nel mese scorso, quale debba essere l’orizzonte interiore dell’uomo di fede.

Dobbiamo pensare agli apostoli come a uomini semplici, proprio come noi, che di fronte alle esigenze della fede si sono sentiti spesso impossibilitati.

Ecco dunque la motivazione di una risposta così paradossale di Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare ed esso vi ascolterebbe”.

Il granellino di senapa è davvero minuscolo e non si è mai sentito di un albero che si sradichi dalla terra per trapiantarsi in mare. Con queste parole il Signore, amante del paradosso, getta luce sulle infinite possibilità dell’uomo. Egli può tutto e non per suo merito ma per una autentica adesione di tutto il suo essere a Dio.

L’ultima parte del brano mostra quanto queste possibilità sia connaturali all’uomo: quando avessimo avuto fede così da sradicare un gelso e trapiantarlo in mare noi avremmo fatto quello che dovevamo fare. Essere uomini e donne di fede.

Il Vangelo della seconda domenica (Lc 17, 11-19) si potrebbe riassumere in due parole: la fede salva.

L’episodio narra di dieci lebbrosi, i quali chiedono a Gesù di avere pietà di loro. Il Signore li invita a presentarsi dai sacerdoti e accade che, nell’obbedienza a questa parola, essi vengano sanati.

Dei dieci lebbrosi soltanto uno, vedendosi guarito, torna a ringraziare Gesù e per questo viene salvato

La fede non riguarda l’uomo esclusivamente nel suo aspetto spirituale, ma la persona nella sua interezza. Il lebbroso salvato, tra l’altro uno straniero, obbedisce alla parola di Dio nel suo corpo, recandosi dai sacerdoti; riconosce, nella metabolizzazione psicologica del percorso, la guarigione; trasale nello spirito nel desiderio di lodare Dio per quanto gli è accaduto.

Corpo, anima e spirito sono tesi in un unico atto di fede che fa di lui un uomo salvo.

Il Vangelo della terza domenica (Lc 18, 1-8) ci riporta la parabola del giudice iniquo e della vedova importuna, attraverso la quale il Signore invita i suoi a pregare sempre senza stancarsi, ovvero a rivolgersi a Dio senza posa per ottenere giustizia.

L’insistenza della vedova ottiene ascolto presso il giudice iniquo, così come la preghiera ottiene ascolto presso Dio.

Fin qui nulla da obbiettare, ma il brano si conclude con uno delle espressioni più drammatiche del Vangelo, poiché Gesù afferma: “Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?”.

La fede ottiene. Ottiene pace, e sulla terra non c’è pace. Ottiene comunione, e tra noi non sempre c’è comunione. Ottiene salute e siamo tutti malati.

La fede ottiene.

Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?

La relazione con il creato, con gli altri, con se stessi può trovare il giusto equilibrio e la sua bellezza in una vita toccata dalla fede.

Il Vangelo della quarta domenica (Lc 18, 9-14) è un chiaro richiamo a tutti coloro che presumono di appartenere ad una casta di elezione a motivo della propria fede.

L’osservante fariseo, pieno di precetti e disprezzo per gli altri, è posto a confronto con l’umile pubblicano, consapevole della propria povertà di fronte a Dio: la fede del pubblicano sarà grazia che lo giustifica, la presunzione del fariseo sarà la sua condanna.

Quanta intolleranza a motivo della fede, quanta vana esaltazione in molti di noi, uomini e donne di Chiesa, incapaci di tornare alla fonte semplice del Vangelo di Cristo che ha avuto a cuore il singolo, le relazioni, le cose quotidiane!

Oggi più che mai questo stridente contrasto è avvertito e tocca a ciascuno fare in modo che la propria vita non parli contro la propria fede.

Il Vangelo della quinta domenica (Lc 19, 1-10), il noto episodio di Zaccheo, ci pone di nuovo di fronte alla fede che salva.

Come il salvato della vicenda dei dieci lebbrosi anche Zaccheo è condotto gradualmente ad una nuova condizione dell’esistenza, a motivo dell’accoglienza di un nuovo modo di essere uomo.

Il percorso di fede del lebbroso è avvenuto dal fuori al dentro: guarisce all’esterno per guarire all’interno. Il percorso di Zaccheo è speculare: guarisce all’interno e manifesta all’esterno la sua nuova condizione.

Ancora una volta il richiamo è ad una fede che riguarda l’uomo nella sua totalità.

a Il dovere di interrogarsi: il Verbo si fa carne

Oggi i raduni di massa, in cui tutti si fanno intorno ad un senso comune delle cose o quantomeno si aggregano ad una possibilità di recupero di una identità ideologica, è in voga più che mai.

Il fenomeno non risparmia (anzi!) la religiosità.

Se l’identità dei singoli è fatta salva nulla da recriminare, ma se l’identità non è ciò su cui stiamo lavorando – come società, Chiesa ecc.- allora c’è da porsi non poche domande sulle direzioni che stiamo prendendo per il futuro.

Tanto agregazionismo diffuso nasconde forse, senza riuscirci troppo, una sete di appartenenza, di ideali, di valori.

Nell’ambito della fede, che più ci interessa in questo contesto, esiste la realtà di tanti cristiani di fatto (battezzati all’anagrafe ecclesiale diremmo!) che non si identificano con la Chiesa, ovvero con il popolo radunato dal Signore per ricevere i doni del Suo Spirito, e che ricerca, altrove, una appartenenza per dare compimento alla propria umanità.

Per questo l’intellettualismo e il ritualismo, a cui abbiamo per molto tempo ridotto la fede, hanno da fare ammenda, ma siccome i cambiamenti cominciano sempre dal singolo chiediamoci che fede è la nostra: aderiamo ad una fede per tradizione, che aderisce al Cristo come fosse un ammasso di dogmi o magari si accontenta della partecipazione fedelissima al rito oppure la nostra fede è esperienza viva della trascendenza, un’esperire personale del Cristo?

a Per pregare insieme

L’esperienza si fa!

Lasciamo spazio e tempo a Dio: seduti, come Maria di Betania, nel silenzio delle nostre case, radichiamoci nell’Unico necessario, Colui di cui parlano tutte le cose.

Buon ottobre!

Published in: on 7 ottobre 2010 at 18:35  Lascia un commento  
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